Squali nei mari italiani. Paura, ma ci perdono loro

Uno squalo che si avvicina a riva fa scattare il panico, ma anche le videocamere degli smartphone. E, ultimamente, c’è un “gran da fare”. Avvistamenti e allarmi si sono levati sulle spiagge romane di Ostia (nella foto) e Castelporziano e della Sardegna. Tutti terrorizzati ma, spiegano gli esperti, in tutto il mondo a morire tra i denti affilati di queste creature marine sono al massimo in cinque. Il mese scorso, al largo di Fiumicino un gruppo di pescatori aveva preso al posto di un tonno un bel mako: un esemplare giovane, lungo circa un metro, ma insolito in quelle zone perché di una specie pericolosa che di solito non lascia il mare aperto. E al largo di Trieste un sub aveva incrociato e catturato uno squalo di quattro metri in uno scatto che ha fatto il giro del mondo. Ma nessun pericolo perché  la specie più frequente nel nostro Mediterraneo è infatti lo squalo azzurro, detto anche verdesca, un pesce snello che in genere non supera i tre metri.
Gli esperti, dunque, minimizzano e, anzi, avvertono che le vittime, in realtà, sono gli squali. Le specie di squalo presenti al mondo sono circa 400, poco meno di 50 nei nostri mari, ma in costante diminuzione. Trent’anni fa, spiegano, ce n’erano di più, ma la pesca intensiva li sta sterminando. tanti restano impigliati nelle reti e tanti li mangiamo: il palombo o il gattuccio sono tra i pesci più consumati in Toscana, Lazio, Calabria Marche. Ma questi mostri dell’immaginario collettivo sono importanti perché ai vertici della catena alimentare e assicurano l’equilibrio dell’ecosistema. E, al tempo stesso, fanno da sentinella dei mari. Nei loro tessuti accumulano difatti agenti inquinanti come metalli pesanti, piombo o mercurio e studiarli ci dice lo stato di salute delle acque.