L’inferno dantesco nelle terme viterbesi

La sorgente termale del Bulicame, a circa due chilometri da Viterbo, è costituita da una sorgente di acqua sulfurea che sgorga da un profondo cratere naturale a 58° di temperatura che forma un laghetto da cui partono dei piccoli ruscelli d’acqua che alimentano delle vasche liberamente fruibili dai bagnanti. Dante Alighieri, probabilmente passato da Viterbo durante l’anno santo 1300, cita questo posto dall’atmosfera surreale nel XIV canto dell’Inferno della Divina Commedia: Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia /Fuor della selva un picciol fiumicello,/ lo cui rossore ancor mi raccapriccia./ Quale del bulicame esce il ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello. Lo fondo suo ed ambo le pendici / fatte eran pietra, e i margini da lato. Dante paragona il ruscello che si dirama dal fiume di sangue bollente Flegetonte nel settimo cerchio dell’Inferno, quello riservato ai violenti,  alle acque che escono dal Bulicame di Viterbo, probabilmente impressionato dall’atmosfera cupa dovuta ai vapori delle acque sulfuree che scorrono tra argini di pietra calcarea spesso di colorazione rossastra. Anche Michelangelo Buonarroti, passando dai Bagni di Viterbo in uno dei suoi viaggi a Roma (tra il 1496 e il 1536), fu colpito dalla bellezza delle Terme e ne fece due disegni a penna, che attualmente si trovano presso il Museo di Vicar de Lille in Francia.