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Garlasco, Marco Poggi inguaia Sempio: “Si tratta della cantina”

marco poggi inguaia sempio

Ci sono dettagli che sembrano piccoli, quasi banali. Un gradino, una porta, una stanza dove si scende di rado. Eppure, quando un caso non smette di far male nemmeno dopo anni, anche un ricordo incerto può tornare a pesare come un macigno. A Garlasco, oggi, è di nuovo così.

Perché nell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, ogni parola viene riletta, ogni sfumatura torna sotto la lente. E questa volta al centro non c’è un grande colpo di scena, ma una cantina. E una frase che, detta con semplicità, sposta l’aria nella stanza.

marco poggi inguaia sempio


La deposizione che riaccende l’attenzione

Nella puntata di lunedì 22 giugno di Quarta Repubblica sono stati trasmessi alcuni passaggi della deposizione resa il 20 maggio 2025 da Marco Poggi, fratello di Chiara. Domande puntuali, tono serrato: la Procura di Pavia e i carabinieri vogliono capire, ricostruire, rimettere ordine in una casa che da quasi diciotto anni è diventata simbolo di una tragedia italiana.

Il punto su cui si insiste è uno: la cantina dell’abitazione. E, soprattutto, chi potesse frequentarla all’epoca. Tra i nomi che tornano, quello di Andrea Sempio, amico di Marco e oggi di nuovo indagato nell’ambito dell’inchiesta.

marco poggi inguaia sempio

“In cantina avevo giochi e scatole”: cosa ricorda Marco Poggi

Marco Poggi, davanti alle domande, prova a ricostruire. Racconta di un locale dove teneva “vecchi giochi” e “alcune scatole”. Un posto dove, forse, era sceso per prendere qualcosa. “Può essere che sono andato a prendere… siamo andati a prendere delle cose, sì”, spiega.

Ma quando gli chiedono se in cantina si fermasse spesso, la risposta è netta: “Non credo, no”. Subito dopo, però, arriva l’incertezza che apre una crepa. Non esclude che in qualche occasione ci siano scesi anche altri ragazzi.

“Può essere che siano venuti tutti perché magari gli dovevo fare vedere una roba, ma non so dire quante volte è capitato, è passato troppo tempo”, dice. Ed è proprio quel “troppo tempo” a restituire la misura di quanto questa storia continui a inseguire chi l’ha vissuta. A quel punto il carabiniere va dritto: quali amici erano stati in cantina? E, soprattutto, c’era anche Andrea Sempio? Qui Marco Poggi si ferma. Non si sbilancia, non inventa, non azzarda.

Non posso dirlo, non mi ricordo proprio”, risponde. Aggiunge che è possibile siano scesi per cercare o guardare qualcosa, “da riviste di videogiochi ad altre cose”. Un’immagine quotidiana, quasi tenera. Ma incastrata in un contesto che di quotidiano non ha più nulla. Le domande si spostano poi sulle scale che conducono alla cantina: qualcuno era mai caduto, qualcuno aveva avuto difficoltà? Anche qui, Marco Poggi non ricorda episodi specifici. Però sottolinea un elemento: “Le scale sono sicuramente strette”.

E aggiunge un dettaglio che, in un’indagine, pesa: “Credo che ci sia anche negli atti che tutto il vano delle scale è pieno di mie impronte”. La pubblico ministero precisa che risulta una sua impronta sul vano scala. Marco Poggi chiude con un’osservazione semplice: “Me ne ricordavo di più, comunque viene da appoggiarsi”.

Le dichiarazioni arrivano dentro un quadro di nuove attività investigative disposte dalla Procura di Pavia. L’obiettivo, a quanto risulta, è approfondire la presenza di tracce biologiche e impronte all’interno della villetta di Garlasco, mentre il caso continua a essere uno dei più discussi e dolorosi della cronaca italiana.

E in un’indagine che torna a muoversi a distanza di quasi diciotto anni, anche una cantina diventa un luogo cruciale. Perché può raccontare chi c’era, chi scendeva, chi passava. O, al contrario, può raccontare l’assenza di certezze. E quel vuoto di memoria che, oggi, torna a fare rumore.


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