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Variante Deltacron, la scoperta degli esperti in laboratorio: “Cosa è”

La guerra contro il Covid-19 non è ancora vinta. E questo nonostante la campagna vaccinale abbia raggiunto la stragrande maggioranza della popolazione (l’86,34% degli over12 risulta vaccinato il 10 gennaio, ndr). A spiegare come mai l’Italia si trovi ancora lontana dal cantare vittoria ci ha pensato, tra gli altri, Ilaria Capua: “La novità è che Omicron si avvia a diventare un nuovo sierotipo di Sars- CoV-2. Questo significa che è sufficientemente distante dal ceppo originale Wuhan e dai suoi immediati discendenti”.

Insomma il problema sono le cosiddette varianti. E una di queste sta preoccupando negli ultimi giorni. Si tratta della “Deltacron”, ovvero un mix tra Delta e Omicron. I primi venticinque casi sono stati isolati a Cipro. Ma proprio recentemente si sta facendo sempre più strada un’ipotesi rassicurante nella comunità scientifica. Pare infatti che questa variante sia ‘semplicemente’ frutto di un errore di laboratorio.

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A lanciare il sospetto, anzi una vera e propria tesi, è Marco Gerdol, ricercatore all’Università di Trieste: “È pressoché certo che una variante ibrida tra Delta e Omicron si possa generare perché fenomeni di ricombinazione sono ben noti e sono già stati osservati, per esempio, tra la variante Alfa e quella Delta. Nel caso specifico, però, le 24 sequenze depositate dai ricercatori ciprioti sono state state analizzate abbastanza nel dettaglio da diversi gruppi di ricerca che concordano con il fatto che con ogni probabilità si tratta di un artefatto”.


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Tuttavia Leonidos Krostikis, che dirige il laboratorio di Biotecnologia e Virologia Molecolare dell’università di Cipro, a Bloomberg ha confermato i precedenti studi. Krostikis sostiene che non ci sono errori visto che i genomi sono stati analizzati in numerose procedure e in diversi paesi. Inoltre almeno una delle sequenze provenienti da Israele ha le caratteristiche di “Deltacron”.

Marco Gerdol, però, ribadisce: “Se andassimo ad analizzare tutti i genomi potremmo trovare migliaia di casi apparentemente ibridi. Alcuni studi fatti in passato hanno però rilevato che solo il 30% delle sequenze che sembrano ibride lo sono realmente. Il più delle volte si tratta di semplici errori di sequenziamento, che non sono rari nel momento in cui diverse decine di campioni vengono analizzate in parallelo. Inoltre, sappiamo da tempo che alcune regioni genomiche sono più sensibili a questi tipi di contaminazioni e sono proprio quelle interessate da queste 24 sequenze”.

“Al momento – conclude Gerdol – non c’è preoccupazione. Inoltre, qualora si verificasse una ricombinazione tra Delta e Omicron, non c’è nessun motivo di ritenere a priori che la nuova ipotetica variante debba prendere il “peggio” delle due, cioè la maggiore virulenza di Delta e la più alta trasmissibilità di Omicron”.