C’è una settimana in cui sembra non succedere niente, e poi all’improvviso cambia l’aria. I numeri si muovono piano, ma fanno rumore: come quando ti accorgi che una stanza si è raffreddata senza aver aperto la finestra. E dopo i giorni caldissimi del referendum, la politica italiana sta tornando esattamente lì: sul terreno scivoloso delle percentuali che salgono e scendono di pochi decimi, ma che raccontano molto.
È in questo clima che l’ultima rilevazione di Termometro Politico fotografa un riassestamento: l’effetto emotivo post voto si attenua, le tifoserie si raffreddano e, quasi senza accorgersene, gli schieramenti riprendono la loro battaglia più spietata. Quella in cui basta un soffio per cambiare il racconto della settimana.
E infatti succede: da una parte c’è chi recupera terreno e prova a rimettersi in testa, dall’altra chi perde slancio proprio quando sembrava averlo ritrovato. Il dato più interessante, però, è che la partita resta apertissima: distacchi corti, equilibri fragili e quei partiti “di mezzo” che possono diventare decisivi quando il confronto si gioca sul filo.

Nel centrodestra, il baricentro non si sposta: ma gli alleati si muovono
Dentro la maggioranza, una cosa resta chiara: Fratelli d’Italia continua a essere il perno. Il partito di Giorgia Meloni è dato al 29,2%, lì, a un passo da quella soglia del 30% che per molti è più di un numero: è un simbolo, una prova di tenuta, quasi un “nonostante tutto”.
Intorno, però, l’umore cambia. Forza Italia resta ferma all’8%, senza scossoni. Ma è la Lega a dare il segnale più evidente: sale al 7,6%, guadagnando tre decimi e accorciando la distanza dagli azzurri dopo settimane più opache.
Chiude il quadro Noi Moderati, stabile all’1%. Sommando le forze di governo si arriva al 45,8%. Un dato che vale doppio, perché oggi anche “fuori” dalla coalizione c’è chi può pescare consensi nello stesso bacino e complicare i conti.
L’ombra che pesa a destra: il fattore Vannacci
Tra le variabili che rendono tutto più delicato spunta Futuro Nazionale, il movimento attribuito a Roberto Vannacci. È dato al 3,4%, in lieve calo di due decimi, ma abbastanza alto da far drizzare le antenne: perché intercetta un’area vicina alla destra più radicale e può avere effetti concreti nei collegi dove si vince per pochissimo.
Quando il confronto è così stretto, non servono terremoti: bastano scivolamenti minimi per cambiare strategie, rapporti di forza e perfino umori interni. E questa presenza “autonoma” può diventare un elemento di pressione costante, sia sul consenso sia sulle scelte future della coalizione.
Dall’altra parte, il campo largo rallenta: l’effetto referendum si sgonfia
Sul fronte opposto, il racconto è diverso: dopo il picco dei giorni immediatamente successivi al referendum, l’area del campo largo mostra una frenata. Il Partito Democratico scende al 22% (meno due decimi), restando comunque la seconda forza politica secondo la rilevazione.
Scende anche il Movimento 5 Stelle, che si attesta al 12,1%. Il segnale complessivo è quello di un’erosione leggera ma costante: niente crolli, ma un passo indietro diffuso che riduce la spinta accumulata nelle ore più “calde” della consultazione.
La flessione più visibile riguarda Alleanza Verdi-Sinistra, ora al 6,2% (meno tre decimi). Nel resto del quadro: Azione al 3%, Italia Viva al 2,4%, +Europa all’1,8%. Sommando le opposizioni considerate si arriva al 44,5%: circa un punto e mezzo sotto l’area di governo.

Fiducia (o sfiducia) in Meloni: il dato che fa discutere
Accanto alle intenzioni di voto, c’è un numero che spesso accende le conversazioni più delle percentuali di partito: la fiducia personale. Secondo il sondaggio, il 52,2% degli intervistati dice di non riporre fiducia in Giorgia Meloni, con un ulteriore 8,6% che ne ha poca. La fiducia solida è al 26,7% e i giudizi abbastanza positivi al 12%, mantenendo il gradimento complessivo sotto il 40%.
C’è poi un confronto ipotetico che fa inevitabilmente parlare: quello con Marina Berlusconi. In questo scenario, Meloni risulta in vantaggio con il 35,8% contro il 4,5% di Berlusconi, mentre un ampio 53,7% non sceglie nessuna delle due opzioni.
“Elezioni subito?” La risposta degli italiani sorprende (fino a un certo punto)
Nonostante critiche e tensioni, la voglia di elezioni anticipate non sembra sfondare. Il 64,8% degli intervistati si dice contrario a tornare alle urne prima del tempo, preferendo che il governo prosegua fino alla scadenza naturale. Solo il 30,4% è favorevole a votare in anticipo.
Tradotto: anche quando il giudizio è severo, non è detto che si trasformi automaticamente in richiesta di “staccare la spina”. E questo, in una fase politica nervosa, pesa eccome.
Il dettaglio che cambia la narrazione: basta poco per ribaltare tutto
Il punto, alla fine, è proprio questo: dopo il referendum si torna a dinamiche più “normali”, ma per nulla innocue. Piccoli spostamenti percentuali, sì. Però sufficienti a rimettere in discussione chi è davanti e chi insegue, chi può permettersi di sorridere e chi deve correre a tappare falle.
Il centrodestra torna avanti nella somma delle liste, mentre il campo largo arretra di qualche decimale. E con un distacco così ridotto, ogni partito medio, ogni forza esterna, ogni scossa improvvisa può diventare l’ago della bilancia. Perché oggi, in politica, la vera notizia spesso non è il “boom”: è la crepa che si apre mentre tutti guardano altrove.


