Quale è la vera posizione del governo italiano sul riconoscimento dello Stato della Palestina? Lo ha rivelato, informalmente, la premier Giorgia Meloni ad alcuni suoi collaboratori mentre era in partenza per l’assemblea generale dell’Onu apertasi a New York, come riportato dal Tempo. Fino a lunedì prossimo tutti i principali leader del mondo saliranno sul podio del Palazzo di Vetro e diranno la loro sul delicato tema.
Non è un “no”. È un “non ancora”. Ed è un “non così“. Con queste parole Giorgia Meloni ha sintetizzato la linea italiana sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Un approccio di prudenza e realismo che prende le distanze sia dalle spinte simboliche sia dai facili slogan: “Non sono contraria in linea di principio”, le sue parole (fonte Corriere della Sera). Ma la domanda chiave resta: “Di quale Stato stiamo parlando?”. Perché in un momento in cui Francia, Regno Unito, Canada e Australia corrono a riconoscere formalmente la Palestina, l’Italia preferisce interrogarsi su cosa significhi davvero dichiarare l’esistenza di uno Stato in una realtà frammentata e in parte controllata da Hamas.
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La posizione dell’Italia sul riconoscimento dello Stato palestinese: le parole di Tajani
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, arrivato a Manhattan prima della premier, ha ribadito: “Noi siamo favorevoli al riconoscimento dello Stato palestinese, ma prima va costruito. Non possiamo fare un favore ad Hamas. Al momento uno Stato palestinese non esiste, serve un percorso politico, diplomatico e istituzionale serio. E noi ci stiamo lavorando”.

Un concetto semplice ma decisivo: lo Stato non si dichiara, si costruisce. E non può nascere sotto il controllo di chi nega l’esistenza di Israele e semina terrore tra i civili. Da qui l’apertura di Tajani all’ipotesi di una missione internazionale, in caso di cessate il fuoco, per riunificare Gaza e Cisgiordania. Un progetto complesso che richiede tempo, diplomazia e un interlocutore affidabile.


Si guarda a un modello simile alla missione Unifil in Libano, con una presenza europea capace di garantire sicurezza e monitoraggio. Ma senza condizioni politiche chiare, rischia di restare un’idea sulla carta. Nonostante i riconoscimenti di Parigi e Londra, sostenuti da parte del mondo progressista, il governo italiano non intende farsi trascinare in una corsa a gesti simbolici che rischiano di rivelarsi vuoti.
Perché, al di là delle dichiarazioni, la realtà è che oggi non esistono un territorio omogeneo, una leadership unitaria o una struttura amministrativa funzionante. Non esiste soprattutto una rottura netta con Hamas, né sul piano militare né su quello ideologico. È vero che 148 Paesi hanno già riconosciuto la Palestina, ma spesso lo hanno fatto in contesti storici ormai superati.
L’Italia non è isolata, ma coerente con la sua tradizione diplomatica, fatta di equilibrio, responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Se il riconoscimento automatico fosse la chiave della pace, la questione israelo-palestinese sarebbe stata risolta decenni fa. E invece la pace richiede realismo, volontà politica e percorsi concreti, non illusioni dichiarative.
Intanto non mancano le pressioni interne. Una lettera di ex ambasciatori, rilanciata dalla sinistra, chiede al governo di seguire la linea di Emmanuel Macron parlando di “giustizia storica” e “gesto simbolico”. Solo il tempo dirà se la linea di Giorgia Meloni e del suo governo cambierà. Al momento la linea resta netta: niente titoli facili, nessuna ambiguità verso il terrorismo, nessuna illusione che la pace si decreti dall’alto. La strategia è fatta di diplomazia paziente, rapporti con Israele e con l’Autorità nazionale palestinese, e di un impegno concreto per riportare la crisi mediorientale su binari negoziali seri e duraturi.
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