L’escalation della crisi in Medio Oriente continua a pesare sulle relazioni tra mondo ebraico e Chiesa cattolica, riaccendendo tensioni che negli ultimi mesi si erano in parte attenuate. L’episodio più recente si è consumato dopo il Giubileo dei giovani, quando a Tor Vergata Leone XIV, al termine della celebrazione, ha dichiarato: “Siamo con i giovani di Gaza, siamo con i giovani dell’Ucraina”. Parole che hanno provocato una reazione immediata da parte del rabbino Eliezer Simcha Weisz, membro del Consiglio interreligioso del Gran rabbinato di Israele, il quale ha inviato una lettera al Pontefice per esprimere il proprio disappunto. Secondo Weisz, “nominando Gaza e Ucraina nello stesso respiro – senza tracciare una distinzione morale e senza alcun riferimento agli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas – molti nel mondo ebraico hanno percepito una dolorosa equivalenza che ci ha profondamente ferito”.
Nel testo, il rabbino ha ribadito che “non dobbiamo mai permettere che la compassione per un popolo avvenga a scapito della giustizia per un altro: tutta la sofferenza merita preghiera, ma non tutta la sofferenza è causata dalle stesse mani, né tutti i conflitti vanno descritti negli stessi termini”. Si tratta del primo incidente di questo tipo durante il pontificato di Prevost, che fino a oggi non aveva preso posizione pubblicamente sul conflitto israelo-palestinese. Eppure, fin dal suo primo Regina Caeli l’11 maggio, aveva cercato di mantenere un equilibrio, chiedendo aiuti umanitari per la popolazione di Gaza e, al tempo stesso, la liberazione di tutti gli ostaggi.
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Papa Leone XIV criticato dal rabbino Weisz
Un approccio che sembrava poter inaugurare una fase di distensione, dopo le tensioni accumulate durante gli anni di Francesco. Il predecessore di Leone XIV, infatti, aveva irritato il governo e la comunità ebraica israeliana per l’uso del termine “genocidio” in riferimento alla situazione nella Striscia, per la presenza di una kefiah nel presepe allestito in Vaticano e per l’udienza concessa contemporaneamente ai familiari delle vittime del 7 ottobre e a parenti di prigionieri palestinesi. Episodi che avevano portato i rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Israele ai minimi storici, con inevitabili ripercussioni sul dialogo interreligioso.

Lo stesso rabbino Weisz, già lo scorso gennaio, aveva firmato una dura missiva indirizzata a Francesco, accusandolo di aver assunto posizioni “non solo deludenti” ma addirittura “un pericolo storico” per lo Stato di Israele. In quel documento, il leader religioso si era spinto a sostenere che “la Chiesa cattolica è diventata un megafono globale per coloro che usano l’antisemitismo come arma con il pretesto di sostenere gli oppressi”. L’arrivo di Leone XIV al soglio di Pietro era stato accolto come l’occasione per archiviare quella stagione di scontri, nella convinzione che il nuovo Pontefice, incline alla ricerca dell’unità, potesse favorire un riavvicinamento.
Tuttavia, il recente raid israeliano contro la parrocchia della Sacra Famiglia ha contribuito a rendere ancora più delicata la situazione, complicando il lavoro diplomatico di Leone XIV. Un contesto in cui ogni parola rischia di essere interpretata come un segnale politico. Non a caso, nell’Angelus di ieri, il Papa ha nuovamente invitato a pregare per la fine delle guerre in corso, ma senza fare alcun riferimento diretto a Gaza. Un silenzio che, se da un lato evita nuovi attriti, dall’altro conferma la prudenza di un Pontefice chiamato a muoversi su un terreno diplomatico sempre più scivoloso.


