Cosa succede sulle coste italiane? Negli ultimi tempi, un fenomeno curioso ha catturato l’attenzione di bagnanti e ambientalisti: l’apparizione di piccoli dischetti neri che, a prima vista, sembrano innocui. Ma a un’osservazione più attenta, questi oggetti si rivelano essere qualcosa di ben più complesso. Con un aspetto che ricorda delle patatine Pringles in miniatura, questi dischetti hanno fatto la loro comparsa in diverse regioni, da Rosolina in Veneto fino alle soleggiate spiagge della Puglia.
Ma da dove arrivano e, soprattutto, cosa sono? Enzo Suma di Archeoplastica ha lanciato l’allarme: “Li vediamo da mesi“, ha dichiarato. Questi dischetti sono stati identificati come componenti tecnici utilizzati negli impianti di depurazione. La loro forma e materiale, polipropilene o polietilene, li rendono resistenti, ma il loro arrivo sulle spiagge è tutt’altro che naturale.

Secondo alcune ipotesi, questi dischetti potrebbero provenire da un impianto di depurazione situato lungo il fiume Adige. Tuttavia, capire l’origine esatta di questa dispersione non è facile. La rarità della tecnologia MBBR (Moving Bed Biofilm Reactor) in Italia dovrebbe facilitare le indagini, ma la realtà è più complessa del previsto.
La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che i dischetti non si limitano solo alle coste venete: sono stati avvistati anche in altre regioni, suggerendo un possibile trasporto da parte delle correnti marine.

Archeoplastica, attraverso il suo fondatore Enzo Suma, ha cercato di fare luce sulla questione contattando direttamente i produttori di questi dischetti. “Abbiamo bisogno di sapere chi usa questa tecnologia“, ha sottolineato Suma, evidenziando la difficoltà di risalire ai responsabili.

Oltre al mistero della loro origine, i piccoli dischetti rappresentano un pericolo concreto per l’ambiente marino. Possono essere ingeriti dalla fauna marina e contribuire all’inquinamento da plastica, già critico nei nostri mari. Le autorità sono state allertate, con un esposto presentato al NOE dei Carabinieri per avviare indagini più approfondite.
Questo caso è un promemoria inquietante di quanto sia fragile l’equilibrio tra tecnologia e ambiente. È fondamentale un controllo rigoroso su ciò che finisce nei nostri mari per proteggere la biodiversità e la sicurezza alimentare.


