Nel caso Garlasco, che da quasi diciotto anni tormenta l’opinione pubblica e ancora di più i protagonisti diretti di quella tragedia, si riaffaccia una figura chiave delle primissime indagini: l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, che nel 2007 coordinò le primissime operazioni dopo il ritrovamento del corpo di Chiara Poggi. Oggi Franco Marchetto, ormai in pensione e con alle spalle tre condanne penali, ha deciso di rompere il silenzio, commentando la riapertura delle indagini e l’attenzione che si concentra su Andrea Sempio, attuale indagato.
In una lunga intervista a Repubblica, raccolta da Massimo Pisa, Marchetto non usa mezzi termini: “La procura di Pavia ha in mano molto, e ci stupirà. E i carabinieri di Milano vogliono scrivere la parola fine, non una parola qualsiasi”, ha dichiarato. Secondo il maresciallo, finora è stato individuato “un colpevole, non il colpevole. O i colpevoli”. Ma quando emergerà la verità, si capirà anche – dice – “il male che è stato fatto a me, da chi e il motivo”. Per Marchetto, la chiave risiede nel movente, ancora oscuro, che “farà male a due famiglie”.

Negli anni, il maresciallo ha vissuto una parabola controversa. Dopo aver lasciato l’indagine a seguito di dissidi con il capitano Gennaro Cassese, comandante della compagnia di Vigevano, è stato condannato per favoreggiamento della prostituzione (dopo essere stato trovato in malattia in un night club), per peculato (per l’uso improprio di un gps dato a Silvia Sempio, zia dell’attuale indagato), e per falsa testimonianza, in relazione all’interrogatorio della testimone Franca Bermani. “Ero in caserma, la accompagnai io sul ballatoio. Ma lei non mi riconobbe. E adesso, nove anni dopo la condanna, mi è arrivata la richiesta di risarcimento da 40mila euro alla famiglia Poggi. Proprio ora che mi sto interessando al caso. Per me è come se fosse la mia ultima indagine”.

Marchetto continua a vivere a Garlasco e oggi gestisce un bar. È lui che ha messo in contatto la redazione de Le Iene con il testimone del canale di Tromello, una figura che ha contribuito alla riaccensione dei riflettori sul caso. Il paese, racconta, è ancora spaccato tra chi crede nell’innocenza di Alberto Stasi e chi no: “Molti più i primi. Le stesse persone che mi dicevano di guardare in direzione delle gemelle Cappa”. E torna anche sul comportamento di Stasi nei minuti successivi al delitto: “Mi parlò del volto pallido della ragazza. Gli mostrai la foto: è questa, stronzo? Oggi capisco che era nel panico, ma fu un errore farlo restare subito con i genitori. Un errore da dilettanti”.


Tante le circostanze che secondo l’ex comandante non furono approfondite. Come la bicicletta nera della famiglia Stasi, che vide il giorno dopo nell’autofficina del padre, ma che “nessuno sequestrò”. Oppure le testimonianze che mettevano in dubbio l’alibi delle gemelle Cappa: “C’era il testimone che smentiva i movimenti della loro madre, quella mattina. E Muschitta (il primo testimone che poi ritrattò, ndr) che descrisse Stefania in bici con troppi dettagli per mentire. Bisognava entrare in casa loro, bisognava indagare a 360 gradi ma il capitano Cassese disse: tengono l’alibi. Ma chi lo ha mai verificato?”. Su Andrea Sempio, infine, ammette: “Mai sentito finché non lo hanno indagato. Ma lui e il suo gruppo erano solo ragazzini”.
Mentre la nuova fase dell’indagine prosegue con l’incidente probatorio in programma il 17 giugno, le parole di Marchetto aggiungono uno strato ulteriore di inquietudine a una vicenda già segnata da errori, omissioni e verità forse ancora sepolte. E forse, come promette l’ex maresciallo, il caso Garlasco non ha ancora detto tutto.


