Diciotto anni dopo quel tragico 13 agosto 2007, il mistero attorno alla morte di Chiara Poggi continua a turbare la coscienza collettiva e a interrogare la giustizia italiana. La scena del crimine nella villetta di via Pascoli, a Garlasco, teatro dell’omicidio della giovane, resta ancora oggi un enigma parzialmente irrisolto. Un enigma che ha spinto la Procura di Pavia a riaprire ufficialmente un caso che sembrava cristallizzato con la condanna definitiva di Alberto Stasi a sedici anni di carcere.
Ma qualcosa non torna. La verità giudiziaria, infatti, si è scontrata negli ultimi mesi con nuove domande, nuove anomalie e soprattutto con l’avanzamento delle tecnologie forensi. Un nuovo nome è entrato nel fascicolo degli inquirenti: Andrea Sempio, all’epoca dei fatti appena diciannovenne, amico del fratello di Chiara, Marco Poggi. È proprio su di lui che si sono concentrati gli sforzi degli investigatori, a partire da quell’ormai celebre “impronta 33”, repertata nei pressi dell’ingresso e attribuita al giovane grazie a un confronto dattiloscopico successivo. L’orma, però, non era insanguinata e la sua rilevanza temporale è sempre rimasta nel limbo dell’incertezza.

Garlasco, spunta il particolare del ”gradino zero”
Ciò che ha spinto la Procura a rimettere mano al fascicolo, tuttavia, non è solo il nome di Sempio ma una parte finora rimasta ai margini dell’inchiesta: il cosiddetto “gradino zero”. Si tratta del primo scalino in marmo che separa il pianerottolo dall’inizio della scalinata che conduce alla taverna, là dove fu ritrovato il corpo senza vita di Chiara. Un punto della casa che, stando alle perizie dell’epoca, non avrebbe mai presentato tracce ematiche. Eppure, secondo gli investigatori, potrebbe aver rappresentato l’elemento chiave del delitto: chi ha ucciso Chiara potrebbe aver lasciato lì la ragazza già priva di vita per poi farla scivolare lungo la rampa, evitando così di sporcare i gradini con il proprio passaggio.

Oggi, nel 2025, quel gradino viene considerato uno snodo cruciale per l’individuazione di un possibile secondo soggetto coinvolto nella scena del crimine. Nonostante il tempo trascorso e la perdita di materiali probatori, come la porzione di intonaco che custodiva l’impronta poi distrutta dopo la sentenza di Cassazione, gli inquirenti stanno tentando nuove analisi su quella soglia di marmo. Il sospetto è che, con l’ausilio delle attuali tecnologie di rilevamento, possano emergere tracce non visibili all’epoca dei primi rilievi.


Intanto, l’incidente probatorio aperto da alcuni mesi prosegue nel più stretto riserbo. La sua conclusione è attesa per ottobre, ma non si esclude che nei prossimi mesi possano trapelare alcune indiscrezioni, soprattutto se dovessero emergere elementi che avvalorino la tesi di un complice o di un errore giudiziario. L’unica certezza, al momento, è che la villetta di via Pascoli non ha ancora finito di parlare. E che il caso Chiara Poggi, a dispetto di sentenze e condanne, non ha ancora trovato pace.


