Nel Golfo Persico l’aria è quella delle ore che non finiscono mai: rotte strette, nervi tesi, radio che gracchiano, e la sensazione che un singolo episodio possa trasformarsi in qualcosa di molto più grande. Nella notte, mentre da Washington arrivavano parole che sembravano aprire uno spiraglio, in mare è successo l’esatto contrario.
Perché lo Stretto di Hormuz resta un punto che brucia. È lì che passano interessi, petrolio, potere e paura. E quando la diplomazia prova a farsi strada, spesso è proprio il mare a ricordare quanto sia fragile ogni equilibrio.
Nelle ultime ore Donald Trump ha deciso di rallentare, almeno sulla carta, la corsa verso l’escalation. Ha annunciato la sospensione temporanea del Project Freedom, l’operazione navale americana pensata per accompagnare le navi commerciali attraverso Hormuz e ridurre il rischio di incidenti (o provocazioni) in uno dei passaggi più delicati del pianeta.
Attenzione però: non significa affatto “tutto finito”. Lo stesso Trump ha chiarito che il blocco navale resta “pienamente in vigore ed efficace” e che la pausa nelle scorte sarebbe legata alla volontà di verificare se ci siano le condizioni per chiudere un’intesa con Teheran, dopo contatti diplomatici definiti “in progresso”.
Ed è qui che arriva la notizia che cambia il tono della notte. Il 6 maggio 2026 la portacontainer francese “San Antonio”, della compagnia Cma Cgm, è stata colpita nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto emerso, l’attacco ha provocato danni strutturali alla nave e il ferimento di diversi membri dell’equipaggio.
I marittimi feriti, tutti di nazionalità filippina, sarebbero stati evacuati e trasferiti per ricevere assistenza medica. I dettagli sull’esatta dinamica restano in fase di ricostruzione, ma il messaggio che arriva da quel tratto di mare è devastante: la crisi è tutt’altro che congelata.

Nelle stesse ore il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato la fine dell’operazione “Epic Fury”, l’offensiva iniziale condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Parole nette: obiettivi raggiunti e fase offensiva da considerare conclusa.
Ma la realtà sul campo (o meglio, in mare) sembra raccontare altro. Rubio, parlando dalla Casa Bianca, ha insistito sulla necessità che Teheran non “metta alla prova la volontà degli Usa”, mentre continuano segnalazioni e allarmi su possibili attacchi a navi mercantili nello Stretto.
Come se non bastasse, poche ore prima è arrivata un’altra comunicazione che alimenta l’ansia. Il Centro operativo per il commercio marittimo del Regno Unito (Ukmto) ha riferito che una nave commerciale sarebbe stata colpita da un proiettile di origine sconosciuta nello Stretto di Hormuz.
Al momento non sono stati diffusi dettagli certi su eventuali feriti o danni gravi in quell’episodio. Ma l’effetto è immediato: quando la provenienza dei colpi non è chiara, cresce il rischio di errori, accuse incrociate e ritorsioni. E basta pochissimo per riaccendere tutto.
Nel frattempo la diplomazia corre. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato a Pechino per incontrare Wang Yi, in una fase in cui la Cina viene letta come alleato strategico dell’Iran e attore centrale anche per gli equilibri energetici della regione.
Washington, invece, spinge sul piano internazionale: Rubio ha parlato di una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, preparata insieme a Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, per difendere la libertà di navigazione e fermare “attacchi, posa di mine e pedaggi” nel Golfo.
In mezzo, resta la scena più inquietante: una nave colpita, feriti evacuati, rotte commerciali che tremano. E la sensazione che, nello Stretto di Hormuz, la parola “pausa” sia sempre la più difficile da credere.


