La furia passionale di una donna pantera

Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941), grande e sfortunata poetessa moscovita, fu una delle voci più originali della poesia russa del XX secolo e l’esponente più di spicco del locale movimento simbolista. Il suo lavoro non fu ben visto dal regime staliniano, anche per via di opere scritte negli anni venti che glorificavano la lotta anticomunista dell'”armata bianca”, in cui il marito Sergej Jakovlevi Efron militava come ufficiale. Durante la rivoluzione di Febbraio del 1917 la Cvetaeva si trovava a Mosca e fu dunque testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre. A causa della guerra civile si trovò separata dal marito che non rivide prima del  1922.  A venticinque anni, dunque, era rimasta sola con due figlie in una Mosca in preda ad una carestia così terribile quale mai si era vista. La sua vita sarà un continuo, vorticoso dramma dell’esistenza a causa delle vicende politiche in cui era indirettamente implicata fino al tragico epilogo: il 31 agosto 1941 mette fine ad una desolante solitudine impiccandosi nella sua stanza in affitto. La riabilitazione della sua opera letteraria avvenne solo a partire dagli anni sessanta, vent’anni dopo la sua morte.Tra i suoi temi rientrano l’emotività e la sessualità femminili. Se potessi prenderei è tratta da Versi per l’orfano, del 1936

 

Se potessi prenderei
di Marina Cvetaeva


Se potessi prenderei
nell’utero della caverna:
nella caverna del drago,
nell’anfratto della pantera

con queste zampe di pantera,
se potessi prenderei.

In seno alla natura, nel letto della natura.
Se potessi questa pelle di pantera
mi sfilerei…
La affiderei all’anfratto: che serva allo studio!
Del folto, dell’edera, dell’equiseto e del fiume,

là, dove nel sopore, nel buio e nella lotta,
si intrecciano i rami in vani matrimoni…

Là, dove nel granito, nel tiglio e nel latte,
si intrecciano le mani in perpetui legami
come i rami e i fiumi…

Nella caverna senza luce, nell’anfratto senza orma.
Nel folto, nel verde, e nel verde come in un mantello…

E non il vasto mondo, e non il pane nero:
nella rugiada e nel folto, nel folto come in un vincolo…

Purché alla porta non si bussi,
alla finestra non si gridi,
purché più non si verifichi,
purché nei secoli non si concluda !

Ma è poco una caverna,
è poco un anfratto !
Se potessi prenderei
nella caverna dell’utero.

Se potessi
prenderei.