Certe notizie arrivano come un pugno nello stomaco: non fai in tempo a leggerle che ti manca l’aria. Nelle redazioni e tra chi vive la politica ogni giorno si sente un silenzio strano, di quelli che pesano. E intanto rimbalzano messaggi, ricordi, frasi spezzate: perché quando se ne va una voce davvero libera, l’eco resta.
In queste ore il mondo dell’informazione e dell’impegno civile si stringe in un dolore compatto. Non è solo tristezza: è quella sensazione di vuoto che ti prende quando capisci che certe persone non erano “solo” firme, ma presìdi. E che sapevano dire le cose come pochi, senza sconti, senza carezze di comodo.
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La notizia che scuote tutti
È morta Angela Azzaro, giornalista di 59 anni, una delle penne più riconoscibili e combattive del panorama italiano, spesso presente nei programmi e salotti della televisione italiana. Sarda, di Nuoro, legatissima alla sua terra e alle sue radici, aveva costruito la sua strada tra Milano e Roma diventando un riferimento per diritti, laicità e battaglie sociali.

Negli anni aveva lasciato il segno in più redazioni: dalla storica esperienza a Liberazione, dove aveva contribuito a creare l’inserto culturale Queer, fino ai ruoli di responsabilità come vicedirettrice al Riformista e al Dubbio. E non aveva mai smesso di portare la sua voce anche sulle pagine dell’Huffington Post.

Secondo quanto riportato da diverse testimonianze e ricordi pubblici condivisi in queste ore, la sua scomparsa ha generato una vera ondata di commozione tra colleghi e lettori. Un dolore che non resta chiuso nelle redazioni, ma si allarga a chiunque abbia incrociato le sue battaglie.
Tra i messaggi che stanno colpendo di più in queste ore c’è quello di Davide Varì, che con lei aveva condiviso l’avventura al Dubbio. Parole che non suonano come un semplice saluto, ma come un ritratto vivido, intimo, quasi doloroso: “Angela era il Dubbio. Lo era più di chiunque altro”.
E poi quel contrasto che chi l’ha conosciuta racconta benissimo: “Era solare e malinconica, sapeva essere leggera e spensierata ma era capace di tuffarsi negli abissi come nessun altro”. Un modo di stare al mondo che non si improvvisa e che, nelle redazioni, lascia un segno che non si cancella.
Varì insiste su una qualità che torna in tanti ricordi: la sua intelligenza, mai accomodante. “Obliqua, spiazzante, provocatoria, mai pacificata”. E soprattutto la sua attenzione ostinata verso chi resta indietro: migranti, emarginati, vite ai margini che lei riportava al centro senza retorica.
Nel racconto di chi le voleva bene c’è anche la sua Sardegna, che non era solo geografia ma identità: “Il mare cristallino della Gallura e l’asprezza solo apparente della Barbagia”. Un legame viscerale, raccontato come una radice che la teneva dritta anche nei momenti più duri.
Resta anche un titolo che oggi suona come un manifesto: “Nuove tecniche di rivolta”. Un libro che, per chi l’ha letta, è il riflesso della sua idea di coerenza: quella che pretendeva prima di tutto da sé stessa, e poi dal mondo intorno.
A ricordarla c’è anche Lea Melandri, figura storica del femminismo italiano, legata ad Angela da un’amicizia lunga oltre trent’anni. Un rapporto nato nelle battaglie per l’autodeterminazione delle donne, cresciuto tra politica, parole e vita vissuta. E oggi, nel lutto, quelle battaglie sembrano ancora più pesanti da portare avanti senza di lei.


