Fidarsi è bene, ma sul Louvre la prudenza è d’obbligo. Dopo la linea rassicurante iniziale (“Gli allarmi hanno funzionato”), la ministra Rachida Dati ha ammesso davanti ai senatori: “Ci sono state mancanze nella sicurezza”. Un cambio di passo figlio del colpo da manuale: banda travestita da operai, azione in pieno giorno, uscita in soli 7 minuti. La domanda ora non è se ci siano state falle, ma quante e dove si siano generate nella catena dei controlli.
Nel giro di dieci giorni il tono è mutato: da difesa dell’esistente a caccia dei punti deboli, tra responsabilità interne e protocolli da riscrivere. Una storia lunga, sottolineano i report della Cour des comptes, con ritardi strutturali e dotazioni obsolete. E la memoria corre a rivelazioni imbarazzanti: la password “Louvre” per il server di videosorveglianza segnalata anni fa da Libération. Un campanello d’allarme che oggi suona come un’amara profezia.

Allarmi, falle e password imbarazzanti: cosa si nasconde dietro il furto-record al Louvre
Il 19 ottobre i rapinatori sono arrivati con una piattaforma elevatrice, hanno raggiunto la Galleria d’Apollo, forzato un infisso e puntato ai gioielli della Corona: otto pezzi storici, valore stimato 88 milioni. Sette-otto minuti in tutto, quattro dentro le sale, quindi la fuga. Sull’attivazione degli allarmi le ricostruzioni divergono, ma il bilancio non cambia: un danno patrimoniale e simbolico che scuote Parigi e l’intero sistema museale europeo.

A una settimana dal colpo sono scattati i primi arresti: due uomini fermati il 25 ottobre, poi altri cinque il 29. Nelle ultime ore una 38enne e un 37enne sono stati formalmente incriminati; per la donna si parla di complicità, per l’uomo di furto organizzato e associazione. Tracce di DNA e impronte avrebbero legato alcuni sospetti ai mezzi usati per la fuga. Altri tre fermati sono stati rilasciati. La caccia alla rete che ha pianificato il colpo continua.
Resta l’enigma del mercato parallelo: pezzi così noti sono invendibili interi, ma oro e pietre possono finire fusi o smontati. “Si stanno esaminando tutte le possibilità del mercato parallelo che potrebbero consentire la vendita di questi gioielli, che spero non avvenga a breve”, ha spiegato la procuratrice Laure Beccuau. “Ci sono diverse ipotesi riguardo ai beni, compresa quella che siano già stati venduti all’estero”, ha detto il ministro Laurent Nuñez, ribadendo fiducia nel recupero.
Sul fronte interno, Dati promette “dispositivi anti-intrusione” e un fondo safety per i musei, mentre gli esperti invocano più telecamere esterne, sensoristica e presìdi misti con le forze di polizia. Intanto gli oggetti rubati restano nel limbo investigativo: se il bottino non trova sbocchi, capita che venga persino abbandonato. È successo altrove: chissà che un giorno non ricompaia, magari dietro una parete o in un vano nascosto, come accadde al “Ritratto di signora” di Gustav Klimt a Piacenza.
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