Ci sono notizie che arrivano in silenzio e poi, all’improvviso, fanno rumore dentro. Una di quelle che ti costringono a fermarti un attimo, perché non riguarda solo una persona: riguarda un pezzo di immaginario, un modo di stare al mondo, un’idea di arte che non chiedeva permesso a nessuno.
E quando la città che lo ha visto creare, discutere, provocare e reinventare si sveglia con quel vuoto, il dolore si allarga: dai palcoscenici alle sale, dalle bacheche social ai ricordi di chi lo ha incrociato almeno una volta e non se lo è più dimenticato.

Il vuoto improvviso: un addio che lascia senza fiato
È morto a 87 anni Mario Santella, attore e regista teatrale, figura centrale dell’avanguardia a Napoli e in Italia dagli anni ’70. Era nato nel 1939 a Campobasso, dove aveva vissuto fino ai primi anni dell’adolescenza, prima che la sua traiettoria artistica lo portasse a segnare una stagione irripetibile.
A dare la notizia sono stati, con un post sui social, l’ex compagna e il figlio Samos. Parole semplici, ma potentissime, capaci di restituire la dimensione più intima di un uomo che fino all’ultimo non ha mai smesso di essere presente a se stesso.
La sala mortuaria è stata allestita all’Ospedale dei Pellegrini, nel centro di Napoli: oggi è rimasta aperta fino alle 18 e lo sarà fino alle 23 di domani, 24 giugno. Un ultimo saluto, nel cuore della città che più di tutte lo ha adottato.
“Lucido fino all’ultimo”: il racconto del figlio
Nel messaggio di Samos c’è un’immagine che colpisce e commuove: un addio senza rumore, ma devastante proprio per questo. “Nostro padre, Mario Santella – scrive – na notte se n’è andato. È stata na cosa improvvisa e inaspettata. Non ha sofferto. È rimasto sempre lucido fino all’ultimo, senza mai pensare alla morte”.
E poi quel dettaglio quotidiano, quasi domestico, che rende tutto ancora più vero: “Ha continuato a pensare e a parlare della vita… Era solo un po’ scocciato e insofferente… Poi si è girato su un fianco e si è addormentato, e dopo pochi minuti se n’è andato”. Un racconto che sembra una scena, ma è la realtà: quella che lascia un vuoto difficile da contenere.
Non solo teatro: i film, i registi, l’impronta nel cinema italiano
Santella non è stato soltanto palcoscenico e ricerca. La sua presenza ha attraversato anche il cinema d’autore, con collaborazioni che dicono molto del suo spessore e della stima che si era guadagnato nel tempo.
Tra i titoli a cui ha preso parte ci sono Brutti, sporchi e cattivi (1976, Ettore Scola), Sud (1993, Gabriele Salvatores), Morte di un matematico napoletano (1992, Mario Martone), Habemus Papam (2011, Nanni Moretti), Chimera (2001, Pappi Corsicato), Mi manda Picone (1983, Nanni Loy). Un percorso che parla da solo, fatto di scelte e di incontri che restano.
Nel ricordo dei familiari emerge anche la sua identità umana e politica, mai addomesticata: “Era un poeta che scriveva sulla sabbia… Un comunista libertario che con gli anni si era avvicinato all’anarchia… Lui è rimasto un sognatore, un poeta e un sovversivo fino all’ultimo giorno”.
Il cordoglio di Napoli e della Campania: “Rigore intellettuale e profonda umanità”
Alla notizia della morte, sono arrivate anche le parole delle istituzioni. Da Palazzo San Giacomo, a nome del sindaco Gaetano Manfredi e del Comune di Napoli, è stata diffusa una nota: “Il Sindaco e l’intera Amministrazione si stringono al dolore dei familiari, degli amici e colleghi e di tutti coloro che hanno avuto modo di apprezzarne le doti umane e artistiche”.
È intervenuto anche Ninni Cutaia, assessore alla Cultura della Regione Campania, che ha espresso cordoglio a titolo personale e a nome del presidente Roberto Fico e della Giunta, definendolo una “figura di spicco della sperimentazione teatrale partenopea” e ricordando “interpretazioni indimenticabili” e “rigore intellettuale e profonda umanità”.
Una generazione che se ne va, un’eredità che resta
Quando scompare un artista come Mario Santella non se ne va solo un volto o un curriculum: se ne va un modo di stare dentro la cultura, di sporcarla con la vita vera, di farla esplodere quando serve. E per Napoli, che di teatro e di contraddizioni vive da sempre, è una ferita che brucia.
Resta la sua traccia nelle opere, nelle compagnie, nei film, nei racconti di chi lo ha visto lavorare da vicino. E resta quel tipo di libertà che, oggi più che mai, sembra rarissima: quella di chi non ha mai smesso di essere se stesso, fino all’ultimo respiro.


