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Musica in lutto, addio all’icona ribelle: indimenticabile per quel successo

  • Musica

Ci sono voci che tornano addosso all’improvviso: basta una nota, un’immagine, un ricordo. E ci sono artiste che sembravano fatte apposta per non farsi ingabbiare, per restare diverse, anche quando il successo chiedeva il contrario. Nelle ultime ore, una notizia arrivata da Parigi ha riaperto quella ferita dolceamara che si prova quando se ne va un pezzo di un’epoca.

È accaduto nella notte tra il 21 e il 22 giugno. Una scomparsa che ha scosso chi negli anni Ottanta si era lasciato catturare da uno stile sensualissimo e spigoloso insieme, da una presenza scenica che non chiedeva permesso. A dare l’annuncio è stato il suo rappresentante, Sébastien d’Assigny: da tempo l’artista lottava contro una lunga malattia.

Si è spenta a Parigi a 80 anni Guesch Patti, cantante e performer francese diventata un simbolo di anticonformismo. Non era solo una “voce” o un volto da copertina: era un modo di stare sul palco, un’idea di libertà che si trasformava in gesto, sguardo, provocazione controllata. In tanti, appena letto il suo nome, hanno avuto la stessa reazione: il pensiero è corso a una canzone precisa, a un’immagine precisa. Quella che, nel 1987, la rese immediatamente riconoscibile e impossibile da confondere con chiunque altro.


“Étienne” è stato il brano che l’ha consegnata alla memoria collettiva. Un pezzo pieno di allusioni, attraversato da una voce roca e sensuale, e accompagnato da un videoclip in bianco e nero diventato simbolo di un’epoca: essenziale, magnetico, audace senza bisogno di urlare. Il successo fu enorme: in Francia superò un milione e mezzo di copie vendute, arrivarono disco d’oro e riconoscimenti, e la canzone cominciò a viaggiare ovunque. Anche in Italia passava ovunque, al punto da portarla sul palco del Festival di Sanremo come ospite internazionale, in anni in cui quei passaggi contavano davvero.

Dietro quel modo di muoversi, dietro quell’eleganza quasi teatrale, c’era una storia iniziata molto prima del pop anni Ottanta. Guesch Patti era nata il 16 marzo 1946 a Neuilly-sur-Seine con il nome di Patricia Porrasse, in una famiglia legata al mondo dello spettacolo.

La sua prima grande passione, però, non fu la musica: fu la danza. A soli nove anni entrò all’Opéra di Parigi, un mondo durissimo e prestigioso, dove la disciplina è legge e la scena si conquista centimetro dopo centimetro.

Nel suo percorso lavorò con nomi giganteschi della coreografia come Roland Petit, Carolyn Carlson e Pina Bausch. E si capiva: ogni esibizione, anche quando cantava, sembrava una performance completa, fatta di corpo e voce insieme. I primi tentativi nella musica risalgono agli anni Sessanta, ma la strada fu lunga. Tra teatro, televisione e spettacolo, cercò per anni la propria forma definitiva, senza accontentarsi. E poi, quando esplose, lo fece in un modo rarissimo: a livello internazionale, superati i quarant’anni.

È anche questo che l’ha resa così affascinante: non la classica favola “tutto e subito”, ma una costruzione lenta, ostinata, piena di deviazioni e palchi diversi. Come se ogni passo precedente avesse preparato proprio quel momento.

Dopo “Étienne” sarebbe stato facile restare dentro una formula. Lei, invece, scelse la strada più scomoda. Dischi come Labyrinthe, Nomades, Gobe e Blonde raccontarono un’artista più sperimentale, più impegnata, spesso lontana dalle logiche del mercato discografico. Nei suoi testi entrarono temi pesanti e reali: emarginazione, dipendenze, discriminazioni, nazionalismi. Senza perdere quel tratto scenico che l’aveva resa unica, ma usando la musica anche come strumento di riflessione, non solo di intrattenimento.

Non replicò i numeri clamorosi della sua hit, ma costruì una carriera rispettata e coerente, mantenendo sempre un’indipendenza creativa che oggi appare quasi una rarità. Negli anni, Guesch Patti ha continuato a muoversi tra linguaggi diversi: musica, teatro, danza, cinema. Un percorso spesso lontano dal clamore del grande successo commerciale, ma fedele alla sua natura di performer.

Negli anni Duemila arrivò “Dernières nouvelles”, l’ultimo importante lavoro discografico, con atmosfere più intime e malinconiche. Poi ancora spettacoli, apparizioni, ricerca. Fino alla notizia arrivata da Parigi, che oggi lascia tanti con la stessa sensazione: quella di aver perso una figura irripetibile, capace di trasformare una canzone in un segno generazionale e, soprattutto, di scegliere sempre la libertà.


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