La vicenda delle due sorelle abruzzesi scomparse ha tenuto con il fiato sospeso l’intero Paese per quasi due settimane. Sarah e Alisya Di Giacinto, di 12 e 16 anni, erano sparite nella notte tra il 6 e il 7 giugno dalla casa famiglia di Civitella Alfedena, in Abruzzo, facendo scattare un’imponente macchina delle ricerche che ha coinvolto decine di carabinieri, volontari e investigatori.
Per giorni, il caso è stato accompagnato dall’immagine di una madre disperata, impegnata pubblicamente a chiedere aiuto per ritrovare le figlie. Una versione dei fatti che, con il passare delle ore e l’intensificarsi delle indagini, ha però iniziato a mostrare diverse incongruenze, fino alla clamorosa svolta arrivata nel fine settimana.

Sorelle scomparse, la notizia sul nonno e compagno della madre
Il ritrovamento delle ragazze in un appartamento di Formia ha infatti ribaltato completamente lo scenario investigativo. Le due adolescenti sono state rintracciate in buone condizioni di salute, ma la Procura ha contestualmente disposto il fermo della madre, del compagno e del nonno materno, accusati di aver organizzato e realizzato il sequestro di persona aggravato.
Sono in isolamento, sorvegliati a vista, e mostrano l’atteggiamento tipico di chi entra in carcere per la prima volta. Vincenzo Esposito, 46 anni, compagno di Valentina D’Acunto, e Marco D’Acunto, 62 anni, padre della donna, sono detenuti nel carcere di Sulmona da domenica sera. Secondo fonti penitenziarie, i due apparirebbero addirittura “increduli” di fronte all’epilogo della vicenda, quasi inconsapevoli della gravità delle accuse contestate. Valentina D’Acunto, invece, si trova rinchiusa nel carcere di Teramo.

Tutti e tre sono accusati di sequestro di persona aggravato in concorso per aver sottratto le due ragazze dalla struttura che le ospitava e averle tenute nascoste per quasi quattordici giorni in un’abitazione di Formia. Tra le persone più colpite dagli sviluppi dell’inchiesta c’è l’avvocato Enrico Mastantuono, che per due settimane ha rappresentato pubblicamente la madre delle ragazze, contribuendo a diffondere il racconto di una donna disperata, convinta di essere stata abbandonata dalle istituzioni.
Oggi, alla luce degli elementi raccolti dagli inquirenti, quella narrazione viene considerata parte integrante di un presunto depistaggio. “Se avessi saputo che la madre stava bleffando, ne avrei dato notizia all’autorità giudiziaria, anzitutto per le bambine”, ha dichiarato il legale all’Ansa. Mastantuono ha raccontato di aver vissuto le ricerche con “forte partecipazione”, aggiungendo di aver avuto “un crollo” domenica mattina e di aver appreso la notizia del ritrovamento come “un fulmine a ciel sereno”. L’avvocato ha poi spiegato: “Ho provato gioia per il ritrovamento delle ragazze in salute e sgomento per tutto il resto. Le spese le pagheranno le bambine, che non hanno alcuna responsabilità”.
Nonostante tutto, il difensore continua a descrivere Valentina D’Acunto come “una madre apprensiva e amorevole, descritta nelle relazioni come accudente, non allineata ai diktat dei servizi sociali e poco autoritaria con le figlie”. Riferendosi invece a Vincenzo Esposito e Marco D’Acunto, incontrati brevemente nella caserma di Formia la sera del ritrovamento, ha dichiarato: “Mi sono sembrati spaventati”.

Dietro l’apparente incredulità dei due uomini, secondo la Procura, si celerebbe però un piano accuratamente preparato. Il decreto di fermo firmato dal procuratore Luciano D’Angelo ricostruisce nei dettagli l’organizzazione dell’operazione. Già il 5 giugno, due giorni prima della scomparsa delle ragazze, Valentina D’Acunto avrebbe ricevuto telefonate da utenze intestate a due cittadini pakistani inesistenti all’anagrafe. Si trattava di sim anonime, acquistate illegalmente a Napoli e appartenenti a un lotto di dieci schede telefoniche, sette delle quali risultavano ancora inutilizzate al momento degli arresti.
Nel pomeriggio del 6 giugno, la donna avrebbe richiamato uno di quei numeri, interrompendo poi ogni comunicazione attraverso il proprio telefono. Nella notte successiva, dopo le 2, secondo la ricostruzione degli investigatori, le due ragazze sarebbero state prelevate dalla casa famiglia e trasferite nell’abitazione di un’anziana zia materna a Formia.
Qui Sarah e Alisya sarebbero rimaste segregate per quasi due settimane. Le giovani, sempre secondo gli atti dell’inchiesta, trascorrevano l’intera giornata chiuse in camera, potendo uscire soltanto per consumare i pasti, senza mai mettere piede all’esterno né affacciarsi al balcone. Le intercettazioni telefoniche, unite all’analisi dei tabulati, hanno consentito agli investigatori di ricostruire l’intera rete di contatti. Tra le utenze monitorate figuravano anche quelle del fidanzato della ragazza più grande, di un’amica e di un operatore della casa famiglia.
L’inchiesta, tuttavia, è tutt’altro che conclusa. Nel decreto di fermo si parla infatti di un sequestro compiuto “in concorso con altre persone in via di identificazione”, lasciando intendere che la rete di complici potrebbe essere molto più estesa. A far saltare il piano è stata infine una videochiamata: una delle due sorelle ha contattato un numero già sotto osservazione e riconducibile alla madre. Un dettaglio che ha permesso agli investigatori di localizzare l’appartamento di Formia nel giro di pochi minuti e mettere così fine all’incubo.


