La villetta di via Pascoli a Garlasco è ancora lì, immobile nel tempo, come un fermo immagine che restituisce ogni dettaglio della mattina del 13 agosto 2007. Quel giorno Chiara Poggi, 26 anni, è stata uccisa in un modo tanto brutale quanto preciso. Chi ha agito lo ha fatto con decisione, come se conoscesse bene ogni angolo di quella casa. Le mani dell’assassino, sporche di sangue, si fermano sulla soglia delle scale che portano in cantina.
Non scende neppure un gradino: getta il corpo della giovane e ripercorre l’abitazione senza lasciare impronte su quei tredici scalini, ma muovendosi con ordine, come se nulla fosse. Una scena del crimine che ha portato alla condanna a 16 anni di carcere di Alberto Stasi, allora fidanzato della vittima. I giudici, nel 2014, avevano parlato di “condotta fredda e calcolatrice”, di un giovane capace di riprendere la routine quotidiana subito dopo l’omicidio, accendendo il computer, guardando materiale pornografico, proseguendo la scrittura della tesi.

Omicidio Chiara Poggi, le prove a carico di Alberto Stasi
Gli indizi a suo carico sembravano inequivocabili: l’orma della scarpa numero 42 – la celebre calzatura Frau a pallini –, la presenza delle sue impronte sul dispenser del sapone usato per lavarsi le mani insanguinate, la totale assenza di collaborazione nei momenti immediatamente successivi al delitto. A far da cornice, una ricostruzione agghiacciante: Chiara colpita appena dopo l’ingresso, le mani che strisciano sul pavimento, il corpo sollevato e lanciato in fondo alle scale.

Eppure, dopo anni di silenzi e condanne definitive, ora la storia sembra non essere più così granitica. Il caso Garlasco è stato riaperto, e un nuovo nome compare tra gli atti della Procura di Pavia: Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara. Su di lui pesa un dettaglio finora trascurato: l’impronta di una mano sulla parete delle scale che portano in cantina. Una traccia che, secondo le sentenze precedenti, l’assassino non avrebbe potuto lasciare proprio perché non è mai sceso quei gradini. Ma questa impronta esiste, ed è l’unico vero elemento che lega Sempio all’interno della casa dove Chiara è stata uccisa. La Procura si prepara ora all’incidente probatorio che dovrà confrontare il suo Dna con il materiale genetico trovato sotto le unghie della vittima.
A questo si aggiunge la questione delle misure: l’assassino, secondo le perizie, calzava il 42. Andrea Sempio porta il 44. Dettaglio che, da solo, basterebbe a escluderlo? Non ancora. Ma pesa. Così come pesa la distanza logica tra l’impronta trovata sulla parete e una dinamica del delitto dove nessuno ha messo piede su quei gradini. Gli inquirenti sono ora chiamati a sciogliere questo nodo cruciale: o si modifica lo schema del crimine, oppure l’impronta è frutto di una presenza pregressa, non legata al giorno del delitto.


Intanto il ritratto tracciato dai giudici resta agghiacciante: Chiara avrebbe aperto la porta a chi conosceva e di cui si fidava. Non ha urlato, non ha reagito. È stata uccisa con una brutalità che non le ha lasciato scampo, scaraventata giù per le scale come fosse un oggetto scomodo. Il killer si è lavato le mani, ha lasciato tracce del suo passaggio e poi è uscito. Un delitto efferato, compiuto con freddezza assoluta. Nelle motivazioni della sentenza di condanna si legge che Stasi non ha mai mostrato segni di turbamento, e che ha anzi fuorviato le indagini, suggerendo scenari alternativi e nascondendo informazioni cruciali. Resta da capire se, con questa riapertura, la giustizia si sia avviata verso una nuova verità o se, ancora una volta, la villa di via Pascoli resterà prigioniera dei suoi misteri.


