A Bruxelles doveva essere il giorno della grande stretta di mano, quello in cui l’Europa si apriva definitivamente al mercato sudamericano. Invece, sul finale, è arrivato il colpo di scena che ha gelato i corridoi del palazzo Ue e fatto tirare un sospiro di sollievo a migliaia di agricoltori.
Tutto ruota attorno al maxi accordo commerciale tra Unione europea e Paesi del Mercosur, un’intesa gigantesca che promette da anni di rivoluzionare scambi, dazi e interessi strategici tra le due sponde dell’Atlantico. Nel calendario c’era una data precisa, il 20 dicembre, ma a poche ore dalla svolta qualcosa si è incrinato.

Il rinvio choc annunciato da Ursula von der Leyen
È stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, davanti ai leader riuniti, a far cadere la notizia come un macigno: la firma dell’accordo Ue-Mercosur slitta a gennaio. Nessun via libera immediato, niente foto di rito, solo un nuovo rinvio per un dossier che l’Europa si trascina da anni.

Il congelamento, confermato da una fonte diplomatica europea a margine del vertice, arriva in un clima incandescente. Fuori dai palazzi, a Bruxelles, migliaia di agricoltori hanno invaso le strade con trattori, cartelli e proteste furiose contro un accordo che molti di loro vivono come una minaccia diretta al proprio lavoro. I timori sono sempre gli stessi: concorrenza spietata sui prezzi, carne e latte che arrivano da lontano, prodotti che, secondo gli agricoltori europei, non avrebbero gli stessi standard ambientali e sanitari imposti qui. Il boato della protesta ha fatto eco fino alle capitali, costringendo i governi a muoversi con estrema cautela.
In prima fila ci sono Francia e Italia, che hanno deciso di prendere tempo. Roma chiede garanzie concrete prima di mettere una firma considerata “definitiva”. Da Parigi, il presidente Emmanuel Macron è stato ancora più netto: l’accordo, ha avvertito, “non può essere firmato” se mette a rischio l’agricoltura e la sicurezza alimentare europea. Un messaggio chiarissimo, che pesa come un macigno sul tavolo delle trattative.
Dietro questa partita non c’è solo la difesa dei nostri campi. Il Mercosur, il Mercato comune del Sud, nasce nel 1991 e mette insieme Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. È un colosso regionale con risorse enormi e una posizione strategica nelle catene globali del commercio. L’Unione europea, dal canto suo, è già oggi il secondo partner commerciale del Mercosur, subito dopo la Cina e prima degli Stati Uniti. Nel 2024 Bruxelles ha coperto il 16,8% degli scambi totali dell’area sudamericana: esportazioni europee per 53,3 miliardi di euro e importazioni per 57 miliardi. Numeri impressionanti che spiegano quanto sia delicato ogni passo.
Il cuore dell’accordo è semplice e potentissimo: l’abbattimento delle barriere tariffarie su circa il 90% delle merci. In pratica, un gigantesco via libera agli scambi che aprirebbe le porte a un mercato potenziale di oltre 700 milioni di consumatori tra Europa e Sud America.
Secondo la Commissione europea, se tutto andasse in porto, le esportazioni europee verso il Mercosur potrebbero crescere addirittura del 39%. Un affare enorme per molti settori industriali e dei servizi, dagli appalti pubblici alle tecnologie, passando per proprietà intellettuale e sviluppo sostenibile. Ma se l’industria sogna, chi lavora la terra trema. Dal Mercosur verso l’Europa arrivano soprattutto prodotti agricoli (42,7% delle esportazioni), prodotti minerali (30,5%) e cellulosa e carta (6,8%). Un fiume di merci che, con i dazi abbattuti, potrebbe diventare una vera ondata.
Le paure sono concrete: più carne sudamericana a prezzi bassissimi, più latte e derivati capaci di schiacciare il margine di guadagno degli allevatori europei, migliaia di piccole aziende già in difficoltà che rischiano di non reggere l’urto. A questo si aggiunge il dubbio sul rispetto delle stesse regole ambientali e sanitarie che l’Europa impone ai propri produttori.
C’è però un altro motivo, più silenzioso ma decisivo, per cui Bruxelles non vuole mollare la presa. L’accordo tocca anche il capitolo delicatissimo delle materie prime critiche, indispensabili per la transizione digitale ed ecologica dell’Unione europea. Dal Brasile arriva gran parte del prezioso niobio, oltre a grafite, tantalio e bauxite, elementi chiave per l’industria hi-tech. L’Argentina, invece, copre una quota importante del fabbisogno europeo di litio, il “cuore” delle batterie e di molte tecnologie green. Senza questi materiali, la corsa europea verso il futuro rischia di rallentare bruscamente.
Per capire quanto sia complicata questa partita basta guardare indietro. I negoziati Ue-Mercosur sono partiti nel lontano 2000, si sono fermati, poi sono ripartiti nel 2016. Fino ad arrivare al 6 dicembre 2024, quando Bruxelles e i Paesi fondatori del Mercosur hanno annunciato di aver trovato la quadra su un grande accordo di partenariato.
Ora però, a pochi passi dal traguardo, tutto viene di nuovo rimandato. Il rinvio a gennaio serve a limare i punti più esplosivi: l’agricoltura, le garanzie ambientali, la tutela dei produttori europei. Sul tavolo ci sono le proteste di piazza, i timori dei governi e gli interessi economici giganteschi di entrambe le parti. La sensazione è che il prossimo round, a inizio anno, sarà ancora più teso di questo.
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