La notizia si è diffusa nel tardo pomeriggio del 25 gennaio, lasciando sgomenta Roma e il mondo dello spettacolo. Davide, 52 anni, figlio del celebre attore e doppiatore italiano, è morto dopo un drammatico episodio avvenuto nella metropolitana della Capitale. Il fatto si è verificato alla fermata Subaugusta della linea A, in direzione Battistini, dove l’uomo sarebbe stato visto lanciarsi sui binari all’arrivo del treno, sotto gli occhi attoniti dei presenti.
Dietro a quel gesto estremo c’è una storia personale e familiare complessa. L’uomo era separato e padre di una figlia di 14 anni. Fin da giovanissimo aveva scelto di seguire le orme del padre, lavorando nel mondo del cinema e del doppiaggio. La sua voce era conosciuta da generazioni di spettatori, grazie a personaggi entrati nell’immaginario collettivo come Charlie Custer in “Holly e Benji” e Chunk dei Goonies. Per anni, inoltre, si era occupato della gestione dei diritti artistici del padre, diventando un punto di riferimento per la tutela della sua eredità professionale.
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Il figlio dell’attore è morto a 52 anni: una tragedia
Negli ultimi tempi, Davide Lionello stava portando avanti un progetto particolarmente significativo sul piano personale. Insieme alla sorella Alessia stava collaborando alla realizzazione di un docu-film dedicato al centenario della nascita di Oreste Lionello, previsto per il 18 aprile del 2027. Un lavoro che sembrava unire memoria, affetto e impegno culturale, inserendosi in una famiglia numerosa e profondamente legata al mondo dello spettacolo. Davide aveva sei fratelli: cinque nati dal matrimonio tra Oreste Lionello e la moglie Eliana e una sorella riconosciuta in età adulta. Tra loro il primogenito, il regista Fabio Lionello, le doppiatrici Cristiana e Alessia e l’attore Luca Lionello.

Solo nella seconda parte della sua storia emerge con forza il peso della sofferenza che lo accompagnava da anni. Davide Lionello era seguito da tempo per una grave malattia psichiatrica. “Gli avevano diagnosticato il bipolarismo – racconta la sorella Alessia – E dal 2004 faceva avanti e indietro con gli ospedali”. Da due anni era ricoverato presso la clinica Villa Mendicini. Proprio ieri pomeriggio sarebbe uscito dalla struttura prima di raggiungere la metropolitana e compiere il gesto che gli è stato fatale.

Al dolore per la perdita si somma ora una rabbia profonda, affidata alle parole della sorella. “Una tragedia evitabile – dice in lacrime la sorella -. Non sappiamo con quale permesso sia potuto uscire dalla clinica, né cosa sia successo. Mio fratello era imbottito di medicinali, avevo chiesto che gli venisse cambiata la cura ma mi avevano risposto di non intromettermi”. Un’accusa che apre interrogativi sulle modalità di gestione del suo percorso di cura e sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare.
Il racconto si chiude con un appello che va oltre il dramma familiare e diventa denuncia. “Questa non è una malattia facile, mio fratello era una persona intelligentissima, piena di curiosità. Negli ultimi tempi aveva perso la voglia di vivere. Vogliamo accertare di chi siano le responsabilità perché certe cose non accadano più”. Parole che restituiscono il ritratto di un uomo fragile ma ricco di talento, la cui morte riapre il dibattito sulla salute mentale e sulla necessità di una maggiore attenzione nei percorsi di assistenza.


