C’è un fitto mistero che aleggia sopra i tavoli delle grandi potenze: tra speranze di pace, tensioni e colpi di scena, quello che accade dietro le quinte potrebbe cambiare per sempre il destino dell’Ucraina. Le trattative si fanno incandescenti, ma i veri giochi si svolgono lontano dai riflettori.
Mentre i generali e i leader occidentali si confrontano per dare finalmente certezze a Kiev, il presidente Zelensky alza la posta: nessuna trattativa senza garanzie chiare. Il suo messaggio scuote gli alleati, costretti a mettere sul piatto opzioni concrete e a decidere quanto siano davvero disposti a rischiare per fermare la guerra.
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Colpo di scena dagli USA: Trump fa marcia indietro
Ma proprio quando tutto sembrava pronto per un faccia a faccia storico, da Washington arriva la notizia che nessuno si aspettava: Donald Trump si sfila dalla mediazione, lasciando Mosca e Kiev sole di fronte al dialogo. Un dietrofront che gela ogni certezza e obbliga tutti a rimescolare le carte. Secondo fonti della Casa Bianca, il tycoon preferisce restare in attesa, affidando il dossier a Rubio e lasciando intendere che, almeno per ora, il suo ruolo sarà quello di spettatore.

Nell’intervista rilasciata a Mark Levin, Trump sorprende ancora: “Forse è meglio che Putin e Zelensky parlino senza di me”. Un approccio che cambia gli equilibri e costringe sia l’Europa che l’Ucraina a ripensare le proprie strategie. Dietro le porte chiuse, prende corpo una vera e propria “partita a scacchi” tra i generali: tre scenari possibili, ognuno con rischi e promesse diverse per il futuro del Paese. Si parla di opzioni “Strong”, “Medium” e “Light”, ma tra le righe si leggono paure e incertezze.


Nello scenario più forte si ipotizza l’invio di tre brigate con tank e artiglieria per difendere Kiev, Kharkiv e Sumy: in gioco ci sarebbero fino a 20 mila uomini a rotazione, ma le carenze di mezzi e personale in Europa rendono tutto più difficile. L’opzione intermedia prevede due brigate leggere in Ucraina occidentale e una corazzata in Polonia, con la partecipazione possibile di italiani, olandesi e scandinavi. Infine, il piano più “leggero” si limita a rafforzare la presenza in Polonia e a inviare solo istruttori per addestrare i soldati ucraini a Leopoli.
Le tensioni sono alle stelle: la Russia avverte che qualsiasi presenza NATO in Ucraina potrebbe scatenare una “escalation incontrollata“. L’Italia, con il ministro Guido Crosetto, si smarca subito: nessun reparto italiano sul suolo ucraino, nonostante le ipotesi iniziali parlassero di 2-3 mila soldati. Intanto, cresce anche l’ipotesi di una missione navale nel Mar Nero, con base a Costanza, per proteggere i traffici verso Odessa: navi antisommergibile, caccia mine e unità contraeree pronte a pattugliare le acque internazionali.
Ed ecco che dagli Stati Uniti arriva l’annuncio che scuote gli equilibri: Trump si dice pronto a garantire la copertura aerea, schierando F-35 in Polonia e Romania. Un segnale forte che potrebbe cambiare la partita, garantendo a Kiev una superiorità sui cieli che oggi la Russia può solo sognare. Ma la domanda più delicata resta aperta: quali saranno le condizioni per far scattare davvero l’intervento delle forze occidentali? Zelensky pretende regole chiare, senza ambiguità, per non ripetere errori del passato come in Somalia, Bosnia e Afghanistan. Se le garanzie saranno solide, la strada verso un accordo di pace potrebbe finalmente aprirsi. Ma la tensione resta altissima, in attesa della prossima mossa.
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