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“Un orrore”. Ainett Stephens, racconto choc: che fine ha fatto la ‘Gatta nera’ e cosa si scopre

Il pubblico italiano la ricorda come una presenza magnetica della televisione, ma dietro quell’immagine si nasconde una storia molto più complessa, fatta di sacrifici, dolore e rinascita. Ainett Stephens, volto noto del piccolo schermo e simbolo di un’epoca televisiva, oggi torna a raccontarsi con una consapevolezza diversa, lontana dai riflettori e più vicina alla sua verità più intima.

Nata in Venezuela nel 1982 e arrivata in Italia nel 2004, la sua è stata una scalata tutt’altro che semplice. Prima ancora del successo, c’è stata una fase iniziale fatta di lavori umili e adattamento. “Ero andata prima a Verona, dove viveva una mia connazionale. Lì ho conosciuto un bravissimo ragazzo, al quale voglio tuttora bene. Insieme decidemmo di trasferirci a Roma – ha raccontato lei -. Mi fece un contratto da badante. Per sé. Quando mi accompagnò in Questura, il funzionario scoppiò a ridere. Ma i contributi da badante mi furono pagati tutti”.

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Che fine ha fatto la ‘Gatta nera’ Ainett Stephens

Col passare del tempo, però, la sua vita ha iniziato a cambiare direzione. Dalla gavetta alle prime opportunità in televisione, fino a diventare uno dei volti più riconoscibili grazie al ruolo della “gatta nera”. Un percorso costruito passo dopo passo, partendo da una semplice occasione: “Avevo partecipato al programma di Teo Mammuccari Mio fratello è pakistano come valletta, per una puntata, e il regista aveva apprezzato le mie risposte veloci. Così mi fece fare il provino per Real Tv: fu un successo. Il Mercante in Fiera arrivò poco dopo”.

Ma è solo andando oltre il racconto pubblico che emerge la parte più intensa della sua storia. Un capitolo segnato da eventi drammatici che hanno cambiato per sempre la sua vita. Quando aveva appena 22 anni, sua madre e sua sorella sono scomparse in circostanze mai chiarite.

Un vero orrore vissuto dalla showgirl, che nell’intervista ha rivelato cosa è successo dopo la loro scomparsa: “I loro corpi non sono mai stati ritrovati. Fu arrestato un uomo che era stato visto con loro prima della scomparsa, ma rimase in carcere solo per due giorni”. Una ferita ancora aperta per Ainett, che con il tempo si è trasformata in un doloroso senso di colpa per non essere tornata a casa quel Natale: “Non succederà. Ho il rammarico di non essere tornata a casa, quel Natale. Ma con mia madre eravamo d’accordo che era meglio spedirle i soldi, piuttosto che spenderli nel viaggio. Lei aveva 45 anni, mia sorella 27”.

A questo dolore si aggiunge anche il legame profondo con il suo Paese d’origine, oggi attraversato da tensioni politiche e sociali. Stephens non nasconde la sua posizione e parla con lucidità della situazione venezuelana: “Io mi considero una rivoluzionaria di destra, non ho mai avuto paura delle mie idee e infatti temo di non poter più tornare nel mio Paese. Maduro? Avrei sperato in nuove elezioni rapide, anche perché non mi sembra che sia cambiato molto: la guardia nazionale continua a fermare e ad arrestare le persone per strada. Ma non ho proprio capito i manifestanti italiani che hanno protestato contro l’intervento di Trump. Si rendono conto di come si vive in Venezuela?”.

Nel frattempo, in Italia, ha costruito una famiglia e una nuova dimensione personale. Il matrimonio con Nicola Radici, celebrato nel 2015, si è concluso, ma il rapporto tra i due è rimasto solido, soprattutto per il bene del figlio Cristopher. È proprio lui oggi il centro della sua vita, soprattutto dopo la diagnosi di disturbo dello spettro autistico. “È un bambino autistico amatissimo dal padre e dalla madre: lo abbiamo molto desiderato. Anche se io e Nicola non stiamo più insieme, lui è la nostra priorità – le parole di Stephens -. Lui aveva due anni. Mi ero accorta che parlava pochissimo, così lo portai dal neuropsichiatra. Oggi non parla spontaneamente, chiede solo quello che vuole: l’acqua, il cibo, il bagno. Fa la quinta elementare, ha una bravissima insegnante di sostegno. Purtroppo la cambia ogni anno”.

Un percorso, quello da madre, che l’ha costretta a rivedere tutto, anche le proprie aspettative. Il momento della diagnosi è stato durissimo, ma nel tempo ha trovato un nuovo equilibrio. “Dopo la diagnosi ho pianto molto. Ma mi sono accorta che non vedergli fare le stesse cose degli altri bambini era un problema solo mio, non suo – le parole di Stephens -. Cammina, corre, sorride, mangia quello che vuole. Confido nei progressi che potrà ancora fare, grazie all’intelligenza artificiale. Non lo considero un bambino sfortunato: sono sfortunati quelli che nascono e vivono sotto le bombe”.

Oggi Ainett Stephens guarda avanti con un obiettivo preciso: reinventarsi ancora una volta. Dopo anni di televisione e popolarità, il suo sogno è quello di diventare una giornalista d’inchiesta, dando voce a storie difficili come la sua. Un desiderio che nasce proprio dalle esperienze vissute, tra dolore e resilienza, e che racconta meglio di qualsiasi etichetta chi è davvero oggi: non solo una showgirl, ma una donna che ha attraversato il buio senza smettere di cercare una nuova luce.


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