Gelosia, tormento del cuore e dell’anima

L’Ode della gelosia (FR 2 D.) di Saffo  (VII sec. – VI sec. a. C.) è tra le poesie più conosciute della storia. Considerata il capolavoro della poesia erotica di tutti i tempi,  descrive lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia. Con l’eleganza e la musicalità della sua tecnica accuratissima, la divina Saffo affonda nell’intimo del dolore umano, risaltando, con il suo sentire istintivo, tutta la scala di emozioni provocata dalla vista della propria amata in compagnia di un uomo. Così la gelosia è vissuta come una malattia con sintomi fisici ben definiti, descritti da versi ricchi di pathos che la rendono poetessa immortale. Esaltata già nel I secolo d. C. da un poeta anonimo sul Sublime, venne rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, mentre nella letteratura moderna è stata tradotta da Foscolo, Pascoli e Quasimodo. Delle sue opere ci sono pervenute solo poche centinaia di versi, per lo più frammentari.

A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

(traduzione di Salvatore Quasimodo)