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“Così si è schierata”. Sanremo 2026, le critiche a Laura Pausini ‘sconfinano’ nella politica

Ogni edizione del Festival di Sanremo porta con sé entusiasmi, polemiche e, immancabilmente, la caccia ai responsabili quando gli ascolti non replicano i fasti del passato. Anche quest’anno, con Sanremo 2026 alle prese con un fisiologico calo di spettatori, il dibattito si è acceso rapidamente. E se qualcuno si fosse aspettato che nel mirino finisse il direttore artistico Carlo Conti, rimasto fedele al copione istituzionale con il suo disciplinato tributo ai partigiani e all’antifascismo, la sorpresa è arrivata altrove.

Nel mirino, infatti, è finita Laura Pausini. Una vicenda che affonda le radici in episodi precedenti e che torna a riaffiorare ogni volta che il suo nome incrocia temi sensibili. Prima lo scandalo di Bibbiano commentato dall’artista, poi il rifiuto di cantare “Bella ciao” durante un’ospitata in una trasmissione televisiva spagnola, motivato definendo il brano una canzone “troppo politica”. Un diniego che scatenò reazioni immediate: i socialisti spagnoli parlarono di un episodio che non diceva nulla di positivo sull’artista, mentre in Italia la polemica assunse toni ancora più accesi. La Repubblica arrivò a etichettarla come il “Mariano Apicella della Meloni”, innescando una tempesta mediatica.

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Sanremo Pausini


Sanremo 2026, duro attacco a Laura Pausini: da chi è arrivato

Non solo. Dal Partito Democratico giunse perfino una proposta di legge per far eseguire “Bella ciao” subito dopo l’Inno nazionale nelle sedi istituzionali e didattiche, trasformando la canzone in un simbolo identitario ancora più marcato. Da quel momento, secondo alcuni osservatori, Pausini si sarebbe portata addosso una sorta di marchio, una bolla di scomunica antifascista. A rievocare la questione è stato Aldo Cazzullo, poi ripresa anche da Annalisa Terranova su Libero Quotidiano, che sul Corriere della Sera ha risposto a un lettore proprio sui motivi del calo di ascolti di Sanremo 2026.

Questo quanto riportato integralmente da Cazzullo su Corriere: “Al suo fianco, Laura Pausini si lamenta di essere contestata sui social, sia pure da una minoranza. Ma la Pausini si è schierata. Rifiutandosi di cantare Bella ciao, in un contesto innocuo come la tv spagnola, ritenendola una canzone politica e divisiva — mentre è un inno alla libertà, che tra l’altro nessun partigiano ha mai cantato, a differenza di Fischia il vento che è, quella sì, una canzone di sinistra — ha scelto la destra; e non quella democristiana, liberale, conservatrice, ma la destra antiantifascista, che peraltro oggi è molto di moda. Schierarsi è legittimo, per carità; ma in questo modo si rinuncia a piacere a tutti”.

Sanremo Pausini

Il nodo centrale della riflessione ruota attorno a quell’espressione, “destra anti-antifascista”, che richiama un dibattito più ampio. Da una parte c’è chi ritiene che il fascismo sia una stagione conclusa nel 1945 e che definirsi “anti” rispetto a un fenomeno storicamente archiviato rischi di perpetuare le lacerazioni della guerra civile. In questa area di pensiero vengono spesso citati intellettuali come Ignazio Silone, Augusto Del Noce, Indro Montanelli e Leonardo Sciascia. Dall’altra parte si colloca la teoria dell’Ur-fascismo elaborata da Umberto Eco, secondo cui il rischio autoritario sarebbe una costante capace di ripresentarsi sotto forme sempre nuove, incarnandosi di volta in volta in figure politiche diverse, da Fanfani a Craxi, da Nixon a Berlusconi, fino a Vannacci, Trump e Meloni.

In questo scenario, l’artista romagnola, cresciuta in un contesto cattolico e abituata a cantare in parrocchia più che nei centri sociali, si ritrova suo malgrado al centro di una disputa ideologica. L’immagine evocata è quella di un tribunale simbolico pronto a emettere sentenze morali, dove il rifiuto di intonare un brano diventa atto politico e dichiarazione di appartenenza. Così, mentre Sanremo continua il suo cammino tra musica e spettacolo, la discussione si sposta su un terreno ben più ampio, dove cultura pop e identità politica si intrecciano e dove, ancora una volta, una scelta artistica si trasforma in caso nazionale.


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