Il Mondiale 2026 era stato presentato come la celebrazione definitiva del calcio globale. Un torneo più grande, più inclusivo e capace di coinvolgere ogni angolo del pianeta. Eppure, mentre la competizione entra nel vivo, aumentano le perplessità attorno alla formula fortemente voluta dalla Fifa e dal presidente Gianni Infantino. L’impressione, condivisa da molti osservatori, è che l’espansione senza precedenti del torneo stia mostrando più ombre che luci.
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Gli Stati Uniti rappresentano da sempre il regno delle dimensioni extra-large: città immense, distanze interminabili, eventi spettacolari e numeri da record. Anche questa edizione della Coppa del Mondo sembra seguire la stessa filosofia. Le partite sono passate da 64 a 104, mentre le nazionali partecipanti sono aumentate da 32 a 48. Una crescita impressionante che, almeno per il momento, non sembra aver migliorato la qualità dello spettacolo.

Mondiali, scoppia il caso negli Stati Uniti
Le critiche riguardano soprattutto il livello tecnico di alcune sfide. L’allargamento a 48 squadre ha inevitabilmente aperto le porte a nazionali molto distanti tra loro per qualità e competitività. Il risultato è che diversi incontri hanno mostrato squilibri evidenti, alimentando il dibattito sull’effettiva utilità di una formula così estesa. In molti si chiedono se il desiderio di coinvolgere sempre più federazioni non stia finendo per penalizzare l’interesse sportivo della manifestazione.

A complicare il quadro c’è anche la gestione logistica. Tre Paesi ospitano il torneo – Stati Uniti, Canada e Messico – ma la sensazione è che il peso organizzativo ricada quasi esclusivamente sugli Usa. Una situazione che anticipa quanto accadrà nel 2030, quando il Mondiale coinvolgerà addirittura sei nazioni tra Europa, Africa e Sud America. Un’espansione continua che per molti rischia di snaturare ulteriormente la competizione.

@FOXSports @FIFAWorldCup I don’t usually post controversial things but this is unacceptable. Watching the start of Germany vs Curaçao, the Australian replay official Shaun Evans gives the OK sign with his right hand. This is a known white supremacist sign. Please share. pic.twitter.com/5Nq5gfyxmj
— James Weyer (@James_Weyer_) June 14, 2026
Le polemiche, però, non riguardano soltanto il format. Nelle ultime ore un episodio avvenuto durante la partita tra Germania e Curaçao, terminata con un netto 7-1 per i tedeschi, ha attirato l’attenzione internazionale e acceso un acceso dibattito fuori dal campo.
Protagonista della vicenda è stato l’arbitro australiano Shaun Evans, ripreso dalle telecamere durante un collegamento con la Sala Var. Le immagini hanno mostrato il direttore di gara mentre teneva la mano in una posizione che alcuni osservatori hanno associato a simboli utilizzati da gruppi suprematisti bianchi. Da quel momento il caso è rapidamente esploso sui social e tra le organizzazioni impegnate nella lotta contro ogni forma di discriminazione.
Il gesto contestato consisteva nell’unione tra pollice e indice a formare un cerchio, con le altre tre dita distese. Per milioni di persone si tratta semplicemente del segno “Ok”. Negli ultimi anni, tuttavia, quella stessa posizione della mano è stata utilizzata da alcuni movimenti dell’estrema destra come richiamo al concetto di “White Power”. Le tre dita rappresenterebbero la lettera W, mentre il cerchio formato da pollice e indice consentirebbe di identificare una P. Un simbolismo diventato tristemente noto dopo che il terrorista australiano Brenton Tarrant mostrò quel gesto durante un’udienza nel 2019, in seguito all’attacco alle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda.
Nel frattempo la Fifa ha confermato di essere a conoscenza dell’episodio e di aver avviato accertamenti interni per fare chiarezza. L’organizzazione ha fatto sapere di aver aperto un’indagine e di aver dato a Evans la possibilità di fornire la propria versione dei fatti. Al momento, però, né il direttore di gara né la federazione internazionale hanno rilasciato spiegazioni pubbliche. Un’altra controversia che si aggiunge a un Mondiale già sotto osservazione e che continua a far discutere tanto per ciò che accade in campo quanto per quanto avviene lontano dal pallone.


