L’idea di un Mondiale sempre più grande era stata presentata come una rivoluzione capace di coinvolgere più nazioni, più tifosi e più mercati. Sul campo, però, i primi riscontri stanno alimentando dubbi sempre più evidenti. L’allargamento della competizione a 48 squadre avrebbe dovuto garantire spettacolo e nuove storie da raccontare, ma in diverse partite il livello tecnico non ha soddisfatto le aspettative degli appassionati.
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A pesare non sono soltanto le differenze qualitative tra alcune nazionali, ma anche le condizioni in cui molti incontri vengono disputati. Gli orari scelti per soddisfare le esigenze televisive internazionali stanno creando problemi evidenti ai protagonisti. Temperature elevate, umidità soffocante e sole battente stanno trasformando alcune gare in vere prove di resistenza più che in sfide sportive di alto livello.

Il nodo degli orari e delle pause pubblicitarie
Chi segue le partite dagli spalti o davanti alla televisione ha imparato a riconoscere alcuni segnali inequivocabili. Quando sugli spalti parte la classica ola, spesso molto prima del previsto, significa che l’attenzione sul gioco sta diminuendo. E quando sul terreno di gioco non si vedono ombre, il messaggio è altrettanto chiaro: si sta giocando nelle ore più calde della giornata, con condizioni che rendono difficile mantenere ritmi elevati.

La situazione richiama inevitabilmente alla memoria il precedente del Mondiale del 1994 negli Stati Uniti. Anche allora la scelta di programmare incontri in fasce orarie favorevoli ai mercati televisivi provocò numerose polemiche. La finale disputata a mezzogiorno in California è ancora ricordata come una delle meno spettacolari della storia recente. Una lezione che, secondo molti osservatori, non sembra essere stata realmente assimilata.

Tra gli aspetti più discussi di questa edizione c’è anche la gestione delle pause per il caldo. Non si parla più di “cooling break”, bensì “hydration break”. Ma la sostanza non cambia. La pausa è pensata per dare respiro ai calciatori nel corso delle partite dei Mondiali. I giocatori si fermano per idratarsi. E l’arbitro poi recupera il tempo perduto alla fine del tempo regolamentare. Si tratta, però, di una vera e propria farsa. Il motivo? Il break viene utilizzato a tutti gli effetti per mandare in onda spot pubblicitari in momenti di massimo ascolto, come nel Super Bowl.
Le critiche si sono intensificate dopo quanto accaduto durante la sfida tra Germania e Curaçao. L’incontro si è disputato all’interno dell’NGR Stadium di Houston, un impianto moderno dotato di tetto retrattile e sistema di climatizzazione avanzato. A causa delle forti precipitazioni esterne, il tetto è stato chiuso e l’aria condizionata ha mantenuto l’ambiente interno a circa 23 gradi, garantendo condizioni ideali per giocare.
Nonostante il clima perfettamente controllato all’interno dello stadio, il direttore di gara ha comunque applicato la procedura prevista dalla FIFA interrompendo temporaneamente il match. Una decisione che ha suscitato numerose perplessità, considerando che i giocatori si trovavano in una situazione ben diversa rispetto a quella registrata all’esterno, dove il termometro superava abbondantemente i 30 gradi.
Dietro questa scelta, secondo molti critici, ci sarebbe una motivazione che va oltre la tutela della salute degli atleti. La norma è stata introdotta esclusivamente per il Mondiale 2026 e non verrà successivamente inserita nelle Laws of the Game dell’Ifab. Un dettaglio che alimenta il sospetto che tali interruzioni siano state pensate soprattutto per esigenze commerciali e televisive.
Il principale beneficiario sarebbe il sistema dei broadcaster che hanno investito cifre enormi per assicurarsi i diritti della manifestazione. In particolare, negli Stati Uniti, l’emittente Fox Sports rappresenta uno dei partner più importanti dell’evento. Ecco perché, mentre la FIFA continua a promuovere il proprio modello di calcio globale, cresce il numero di tifosi e addetti ai lavori che si chiedono se l’espansione del torneo stia davvero favorendo lo spettacolo oppure se stia trasformando il Mondiale in un prodotto sempre più costruito attorno alle esigenze del mercato televisivo.


