Una notizia che ha scosso il mondo del basket internazionale è arrivata nelle ultime ore, lasciando senza parole chi ha amato e seguito quel giocatore capace di incantare con il suo talento e la sua personalità fuori dagli schemi. Una carriera costellata di successi e cadute, luci accecanti e ombre profonde, come spesso accade ai grandi campioni che hanno vissuto la vita dentro e fuori dal campo con la stessa intensità. L’uomo di cui si parla è stato un simbolo degli anni Ottanta, un’icona sportiva che ha attraversato l’oceano, lasciando il segno sia nei parquet americani che in quelli italiani.
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Nel corso della sua vita sportiva, il campione ha saputo guadagnarsi il rispetto dei tifosi per la sua visione di gioco, per la classe con cui muoveva il pallone e per quel carisma irresistibile che lo rendeva unico. Nonostante gli errori e le squalifiche che ne hanno segnato la carriera, il pubblico non ha mai smesso di amarlo. E quando decise di trasferirsi in Italia, trovò una seconda casa: la Virtus Bologna. Qui, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, divenne una leggenda. Con lui in campo, la Virtus conquistò una Coppa delle Coppe e due Coppe Italia, mentre le sue giocate diventavano oggetto di culto per gli appassionati di pallacanestro.

Ha scritto pagine importanti della storia del basket
La sua morte, avvenuta a causa di una lunga malattia, ha suscitato profonda commozione nel mondo dello sport. Aveva 70 anni e da tempo viveva in Oklahoma, dove aveva scelto di ritirarsi dopo aver chiuso la carriera tra Italia e Francia. Proprio il suo percorso europeo, tra Bologna, Spalato, Livorno, Antibes e Cholet, lo consacrò come una figura capace di rigenerarsi, di reinventarsi e di continuare ad amare la pallacanestro anche lontano dalle luci dell’NBA.

Solo a questo punto si può dire il suo nome: è morto “Sugar” Micheal Ray Richardson, ex stella NBA e simbolo della Virtus Bologna. Soprannominato “Sugar” perché il suo tiro “era dolce come lo zucchero”, Richardson aveva incantato il pubblico americano con le maglie dei New York Knicks e dei New Jersey Nets, prima di essere squalificato nel 1986 per uso di cocaina. Dopo oltre 500 partite nella massima lega americana, trovò nel basket italiano una rinascita e un nuovo pubblico pronto ad accoglierlo come un eroe.

Il legame con l’Italia non si è mai spezzato, anche grazie al figlio Amir Richardson, oggi calciatore della Fiorentina. Il club viola ha espresso il proprio cordoglio con un messaggio ufficiale: “Il Presidente Rocco Commisso, sua moglie Catherine, il Direttore Generale Alessandro Ferrari, il DS Roberto Goretti e tutta la Fiorentina si stringono attorno ad Amir Richardson ed esprimono le più sentite condoglianze a lui ed alla sua famiglia per la scomparsa del padre”. Parole che hanno commosso i tifosi e riportato alla memoria il ricordo di un atleta geniale, ma anche fragile.
Dopo la parentesi bolognese, Micheal Ray Richardson continuò a giocare in Europa fino ai 47 anni, chiudendo la carriera in Francia, nei pressi di Nizza. È lì che nacque Amir, il figlio che oggi porta avanti, seppur in un altro sport, il suo spirito competitivo e la sua passione per la vittoria. Richardson resta una figura leggendaria, capace di unire mondi diversi: quello dorato dell’NBA e quello più intimo e umano del basket europeo. Anche a distanza di decenni, il suo nome evoca ancora emozione, talento e quella dolcezza che gli valse il soprannome di “Sugar”.


