Prima un’immagine che circola, poi una didascalia che suona come un avvertimento. E in poche ore l’aria si fa più pesante, perché non è uno di quei casi che restano confinati sui social: qui si parla di propaganda, di simboli e di messaggi calibrati per colpire. E quando nel mirino finisce anche l’Italia, la sensazione cambia subito.
Nelle ultime ore da Teheran è partita una nuova offensiva mediatica che ha fatto alzare le antenne alle cancellerie occidentali. Il tono è duro, plateale, e punta dritto ai volti più riconoscibili del fronte considerato “nemico”. Dentro quel racconto, però, spunta anche un nome che a Roma non può essere ignorato.
La “lista nera” e la scelta di un bersaglio italiano
Secondo quanto riportato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarebbe stata inserita in una sorta di “lista nera” collegata alla morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Un passaggio che, al di là delle ricostruzioni e delle accuse, viene letto come un segnale politico: l’Italia viene trascinata nel grande scontro di narrazione che Teheran sta alimentando.
A rilanciare l’affondo è stato il quotidiano iraniano Hamshari, legato al Comune di Teheran, con un editoriale accompagnato da immagini e grafiche volutamente scioccanti. Il messaggio non è sottile, non cerca mediazioni: punta a compattare l’opinione pubblica interna indicando dei colpevoli e promettendo ritorsioni.
La premier italiana viene rappresentata con una divisa arancione, un richiamo immediato all’immaginario dei detenuti e dei prigionieri. Accanto, una frase che pesa come un macigno: l’invito ad aspettarsi la vendetta della Repubblica Islamica. Un tipo di comunicazione che non sembra casuale e che molti interpretano come una minaccia simbolica prima ancora che concreta.
È un attacco frontale che, per modalità e toni, segna un salto. Perché non colpisce solo una linea politica o un governo: colpisce una persona, un volto, un ruolo istituzionale. E lo fa in modo studiato per far rumore fuori dai confini iraniani.
Nella grafica diffusa non ci sarebbe solo l’Italia. Tra i nomi evidenziati compaiono anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ritratti con un mirino sulla fronte: un dettaglio che parla da solo e che ha aumentato la percezione di allarme.
La lista includerebbe inoltre figure centrali della politica europea come il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. L’obiettivo, secondo questa lettura, sarebbe quello di definire un “blocco” di responsabili, riconoscibili e mediaticamente forti, su cui concentrare rabbia e consenso interno.
Il quadro, però, si allarga oltre i capi di governo. Nella stessa narrazione finiscono anche esponenti chiave dell’amministrazione statunitense: dal segretario di Stato Marco Rubio al capo del Pentagono Pete Hegseth, fino al comandante del Centcom Michael Cooper e all’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee.
Sul fronte mediorientale, il messaggio colpisce anche Israele e i suoi vertici: tra i nomi citati compaiono il ministro della Difesa Israel Katz, quello degli Esteri Gideon Sa’ar e il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane Yoav Zamir. Un elenco che, nella logica della propaganda, serve a dire che non esistono “intoccabili”.
Chi tira le fila: il ruolo di Mojtaba Khamenei e la linea durissima
A dare benzina a questa nuova ondata di ostilità sono le dichiarazioni attribuite a Mojtaba Khamenei, indicato come figura al vertice dopo la morte del padre. La promessa sarebbe stata netta: vendicare “il sangue puro” di Ali Khamenei, ucciso a fine febbraio durante i raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici iraniani.
Il messaggio, trasmesso da al-Jazeera e rilanciato dall’agenzia Fars, viene descritto come il primo intervento ufficiale dopo i giorni di lutto nazionale. Parole che, per tono e contenuto, sembrano voler chiudere la porta a compromessi e mediazioni.
A rendere il clima ancora più teso è la dimensione di mistero attorno allo stesso Mojtaba: secondo quanto riferito, non sarebbe più apparso in video o in pubblico dal suo insediamento a marzo. Un’assenza che alimenta interpretazioni e nervosismi, perché la comunicazione arriva a ondate, ma sempre con lo stesso registro.
La linea, infatti, sarebbe chiarissima: l’elenco dei “criminali” viene definito completo e l’avvertimento finale suona come una sentenza. Un passaggio che sta spingendo le intelligence occidentali a valutare la portata reale della minaccia e ad adeguare le misure di sicurezza per i leader indicati, compresa la presidente del Consiglio italiana.


