Vai al contenuto
Questo sito contribuisce alla audience di

“Solo una macchia”. E invece è una malattia terribile: morta così, rabbia e dolore

Accertamenti medici in una struttura sanitaria

All’inizio sembrava un segnale da controllare, una di quelle cose che non fanno immaginare il peggio. Poi, mese dopo mese, il tempo è diventato un nemico silenzioso. E per una donna della provincia di Parma quella attesa si è trasformata in un dramma che ancora oggi lascia rabbia e dolore.

La storia arriva nelle aule del Tribunale di Parma, che ha riconosciuto la responsabilità di una struttura sanitaria per il ritardo con cui venne scoperta una grave malattia. La donna è morta nel 2011 e ora alle sue tre figlie è stato riconosciuto un risarcimento complessivo di circa 320mila euro.

Bisogna tornare al febbraio 2009. La paziente si era sottoposta a una serie di accertamenti dopo la comparsa di un’alterazione cutanea. Furono eseguite una Tac e un’ecografia addominale, ma in quel momento il tumore al colon non venne individuato.

La diagnosi arrivò soltanto il 31 luglio 2009, circa cinque mesi più tardi. Un ritardo pesantissimo, secondo quanto emerso nel procedimento, perché la patologia avrebbe potuto essere intercettata in una fase diversa, con possibilità terapeutiche da valutare tempestivamente.

Il referto che, secondo i periti, andava approfondito

Nella sentenza firmata dal giudice Marco Vittoria, il Tribunale di Parma ricostruisce il passaggio ritenuto decisivo. I consulenti tecnici nominati dal giudice hanno indicato il mancato approfondimento di un referto della Pet come l’elemento all’origine del ritardo diagnostico.

Secondo i periti, quel dato avrebbe richiesto verifiche ulteriori da parte del personale sanitario. Una corretta lettura degli esami svolti nei mesi precedenti, viene evidenziato nel provvedimento, avrebbe potuto portare all’individuazione della neoplasia prima del luglio 2009.

I consulenti non hanno espresso una valutazione definitiva sul fatto che una diagnosi anticipata avrebbe certamente cambiato le probabilità di sopravvivenza della donna. Ma hanno sottolineato un punto cruciale: nei tempi corretti sarebbe stato possibile affrontare un intervento chirurgico in condizioni cliniche più favorevoli e con un rischio contenuto.

Per il Tribunale, dunque, non è solo una questione di date o di referti. Il ritardo ha inciso sul percorso di cura e ha provocato un peggioramento della qualità della vita della paziente durante la malattia. Un dolore che, nella ricostruzione dei giudici, poteva essere almeno in parte evitato.

I giudici hanno ricondotto quanto accaduto a un’omissione colposa del personale sanitario, ritenuta non giustificabile alla luce delle risultanze processuali. Da qui la condanna della struttura al pagamento di circa 320mila euro, cifra che include il risarcimento, le spese legali e gli interessi destinati alle figlie della donna.

Resta il peso di una vicenda dolorosa, segnata da una diagnosi arrivata troppo tardi e dalla perdita di una madre. Una sentenza che riporta l’attenzione sull’importanza degli accertamenti, dei controlli approfonditi e di ogni dettaglio che, davanti alla paura di una malattia, non può essere lasciato senza risposta.


Caffeina Logo Footer

Caffeina Magazine (Caffeina) è una testata giornalistica online.
Email: [email protected]

facebook instagram pinterest
powered by Romiltec

©Caffeina Media s.r.l. 2026 | Registrazione al Tribunale di Roma n. 45/2018 | P. IVA: 13524951004


Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure