Prima il cielo che cambia colore, poi quel silenzio strano. E all’improvviso il rumore sordo dell’acqua, sempre più forte, come un treno che arriva senza frenare. Nel giro di poche ore una giornata normale si è trasformata in un incubo di fango, urla e sirene. E nessuno era davvero pronto a quello che stava per succedere.
Le strade che solo la mattina erano piene di gente e di negozi aperti, nel pomeriggio erano diventate corsi d’acqua impazziti. Le auto venivano trascinate via come fossero di plastica, i piani terra delle case sparivano sotto un mare marrone, le linee telefoniche iniziavano a saltare. In mezzo a questo caos, la paura: famiglie bloccate in casa, anziani da mettere in salvo, bambini in lacrime.

La Tunisia travolta dal maltempo: “Non vedevamo nulla del genere da 70 anni”
Succede tutto in Tunisia, nel Nord Africa, dove un’ondata di maltempo di una violenza definita “storica” ha colpito gran parte del Paese. Un evento che i meteorologi paragonano alle grandi alluvioni degli anni Cinquanta: oltre sett’anni che non si vedeva niente di simile. Questa volta però il conto è stato altissimo.
Le autorità tunisine hanno confermato la morte di quattro persone, tutte nella zona di Moknine, nel governatorato di Monastir. Tra loro, una donna di circa quarant’anni, travolta dalla miscela di acqua e fango mentre cercava probabilmente di mettersi in salvo. Un racconto che, da solo, dice molto di quanto sia stata brutale la forza dell’acqua.
Dai social e dai canali ufficiali arrivano video e foto che stringono lo stomaco: strade trasformate in torrenti, il fango alto fino alle portiere delle auto, negozi e case completamente invasi, persone che cercano di camminare con l’acqua fino alla vita. La Protezione Civile parla di centinaia di chiamate in poche ore, una corsa contro il tempo per arrivare ovunque.
L’Istituto Nazionale di Meteorologia tunisino ha diffuso i dati ufficiali e, letti così, sembrano quasi irreali. A Sidi Bou Said, borgo turistico famoso in tutto il mondo per le sue casette bianche e blu affacciate sul mare, sono caduti 206 millimetri di pioggia in pochissimo tempo. A Sayada, addirittura 250 millimetri.
Per capire: parliamo di quantità d’acqua che di solito si distribuiscono in diversi mesi, concentrate invece in una singola, devastante ondata. I meteorologi spiegano che tutto è nato da una cella temporalesca quasi ferma sopra la Grande Tunisi e le regioni del Centro-Est, alimentata da correnti umide e instabili. Un “tappo” di nuvole e pioggia che non si è mosso per ore.

Risultato: il terreno, già provato, non è riuscito ad assorbire più nulla. Ogni goccia in più è finita sulle strade, nei cortili, dentro le case. Le immagini di Sidi Bou Said, solitamente cartolina perfetta, questa volta mostrano solo fango, acqua e paura.
Scuole chiuse, quartieri isolati: entra in scena l’esercito
Di fronte a un disastro del genere, il governo tunisino ha attivato subito la commissione per la lotta alle catastrofi naturali e ha chiamato in causa l’esercito nazionale. I militari sono scesi in strada accanto ai vigili del fuoco per raggiungere chi era rimasto intrappolato in casa o bloccato nei mezzi pubblici.
La viabilità è praticamente collassata: molte strade sono diventate impraticabili, i collegamenti ferroviari sono stati interrotti, alcuni quartieri della capitale si sono ritrovati di fatto isolati. Per limitare al massimo gli spostamenti, le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse, con migliaia di studenti rimandati a casa in attesa che la situazione migliori.
Intanto, le autorità continuano a controllare i corsi d’acqua nelle zone rurali: il timore è che, dopo le inondazioni lampo nelle città, possano arrivare nuove esondazioni nelle campagne, con altri danni e altri rischi per le famiglie che vivono lontano dai grandi centri.
Non solo pioggia: il macigno delle infrastrutture al collasso
Ma dietro la furia del cielo c’è anche un’altra verità, più scomoda. Questa tragedia ha acceso di nuovo i riflettori sulle condizioni delle infrastrutture civili in Tunisia. Gli esperti lo ripetono da anni: il sistema di drenaggio del Paese è vecchio, sottodimensionato, spesso lasciato senza la manutenzione necessaria.
Nelle città cresciute in fretta, con una cementificazione rapida e in molti casi poco pianificata, il terreno non respira più. Dove prima c’era terra capace di assorbire l’acqua, ora ci sono asfalto e cemento. Così, quando arrivano piogge eccezionali come queste, l’acqua non trova sfogo: corre tutta sulle strade, invade case e negozi, si accumula dove non dovrebbe.
A peggiorare il quadro c’è anche l’enorme problema dei rifiuti: sacchi, plastica, oggetti abbandonati che ostruiscono tombini e griglie di scolo. Il risultato è un circuito bloccato: l’acqua non defluisce, sale di livello, si riversa ovunque. Una miscela di incuria umana e fenomeni estremi che rende il Paese ancora più fragile.
Gli esperti di clima lo ripetono: eventi così violenti, che fino a qualche anno fa venivano definiti “eccezionali”, rischiano di diventare sempre più frequenti. La Tunisia, con le sue città affacciate sul mare e le campagne già esposte alla siccità, è una delle aree più vulnerabili del Mediterraneo.
Le immagini di queste ore – le persone salvate a braccia, le strade ridotte a fiumi, le famiglie rimaste senza casa – stanno facendo il giro del mondo e aprono una domanda che va oltre i confini tunisini: quanto sono davvero pronte le nostre città a reggere l’urto di un clima che cambia così in fretta?
Intanto, in Tunisia si contano i danni, si piangono le vittime e si prova a ripartire. Con una consapevolezza in più: davanti a un muro d’acqua come quello che si è abbattuto sul Paese, non basta alzare lo sguardo al cielo. Servono scelte, prevenzione e infrastrutture capaci di trasformare un’allerta meteo in un pericolo meno devastante di quello che, questa volta, ha lasciato solo fango e dolore.


