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Truppe in Groenlandia, arrivata la decisione di Giorgia Meloni: cosa fa l’Italia

C’è un fronte gelido, lontanissimo dai nostri confini, dove in queste ore si gioca una partita che può cambiare gli equilibri tra Europa, Stati Uniti e Russia. Non è una serie tv, ma una storia vera, con trattative riservate, pressioni internazionali e un nome al centro di tutto: Giorgia Meloni.

Mentre a Roma si parla di bollette, tasse e bonus, nei palazzi del potere circola un dossier che riguarda un luogo quasi irreale, coperto di ghiaccio e silenzio: la Groenlandia. È lì che sta per partire una maxi esercitazione militare europea, e lì che l’Italia è stata chiamata a prendere posizione. Ma qualcosa si è inceppato.

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La missione nell’Artico e il “no” che agita Palazzo Chigi

L’operazione ha un nome da film: “Arctic Endurance”. Nelle prossime ore i soldati di Francia, Germania, Svezia e Norvegia si muoveranno nel territorio artico controllato dalla Danimarca, con una missione che sulla carta è solo un’esercitazione. Nei fatti, però, è molto di più.

L’Italia era stata invitata a partecipare, con tanto di pressing da parte di Copenaghen. Ma, secondo quanto trapela da fonti di governo, Roma ha deciso di frenare: per ora nessun soldato italiano sbarcherà a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Una scelta che pesa e che non è affatto casuale.

Dietro quel “non ancora” c’è una strategia precisa. La missione non serve solo a testare la resistenza delle truppe al freddo estremo, ma a verificare un possibile rafforzamento stabile della presenza militare europea nell’Artico e a lanciare un segnale politico chiarissimo: l’Europa è pronta a difendere la Groenlandia.

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Il fantasma di Trump sulla Groenlandia

Il vero convitato di pietra si chiama Donald Trump. L’ex presidente americano, da tempo, non fa mistero del suo interesse per la Groenlandia, con dichiarazioni che in Europa sono percepite come vere e proprie minacce. Per alcune capitali Ue, la risposta doveva arrivare anche sul piano militare.

E qui entra in gioco Meloni. Da un lato c’è l’impegno scritto con la Nato, che parla di sicurezza nell’Artico e rafforzamento del fianco Nord. Dall’altro c’è la linea di prudenza verso Washington e, soprattutto, verso Trump, figura con cui la premier ha sempre cercato di mantenere un rapporto politicamente “sensibile”. Un conto è firmare documenti e dichiarazioni congiunte, altro è schierare fisicamente truppe italiane in un’operazione che Oltreoceano viene letta come una sfida diretta alla Casa Bianca. È qui che scatta la massima cautela di Palazzo Chigi.

Meloni a Tokyo nel giorno del compleanno, ma il dossier resta sul tavolo

Mentre tutto questo accade, la presidente del Consiglio è dall’altra parte del mondo. Tokyo, 49º compleanno, agenda fitta di incontri. Ufficialmente, dal Giappone nessuna parola sulla Groenlandia. Ma il dossier viaggia con lei, nei briefing con i collaboratori più stretti.

Secondo le indiscrezioni, Palazzo Chigi non è orientato a dare il via libera in questa fase alla partecipazione italiana. Non è uno strappo definitivo, ma un rinvio che dice molto delle difficoltà della premier: restare agganciata al fronte europeo senza però trasformare la partita artica in uno scontro frontale con gli Stati Uniti.

Una scelta che può diventare obbligata

Il vero problema è che “Arctic Endurance” potrebbe essere solo l’inizio. Le cancellerie europee stanno ragionando su una presenza militare strutturale in Groenlandia. Se il progetto prenderà forma, l’Italia non potrà limitarsi a guardare da fuori: dovrà decidere se sfilarsi del tutto o entrare a pieno titolo.

E qui la questione si complica. Dentro la maggioranza, infatti, non tutti guardano di buon occhio alle missioni estere. Il tradizionale isolazionismo leghista pesa, eccome, sulle scelte di politica estera. Ogni passo fuori dai confini diventa terreno di scontro interno, con equilibri delicatissimi da tenere in piedi.

La bocciatura degli italiani alle mosse Usa

A spingere Meloni verso una linea più dura con Washington, però, c’è un altro elemento che a Palazzo Chigi viene seguito con estrema attenzione: l’opinione pubblica. I sondaggi più recenti parlano chiaro e sono un vero campanello d’allarme per gli Stati Uniti. Circa il 90% degli italiani boccia le minacce statunitensi sulla Groenlandia, giudicandole inaccettabili. Ma non solo: l’84% ritiene che Trump stia rendendo il mondo meno sicuro. Numeri pesantissimi, che potrebbero spingere il governo a mostrarsi più distante dalla linea dell’ex presidente americano.

Insomma, Meloni è stretta tra due fuochi: la necessità di non rompere con Washington e quella di non andare contro un elettorato che, su questo tema, sembra avere le idee chiarissime. Intanto, in Asia, la premier porta avanti un’altra parte della sua partita internazionale. A Tokyo Meloni incontra la nuova premier giapponese Sanae Takaichi. Sul tavolo non ci sono solo affari e commesse, ma la costruzione di una cooperazione strategica più ampia, che guarda al futuro della difesa comune.

Uno dei modelli è quello dei caccia di sesta generazione, il maxi progetto che unisce Italia, Regno Unito e Giappone. Non solo tecnologia militare, ma un modo per legare ancora di più Roma alle grandi potenze asiatiche, andando oltre il classico schema “Europa-Stati Uniti”. Lo stesso ragionamento Meloni vuole applicarlo alla Corea del Sud, nuova superpotenza dell’high-tech e dei semiconduttori. Dai chip ai sistemi di difesa, Seul è diventata un partner chiave per chiunque voglia sganciarsi, almeno in parte, dalla dipendenza tecnologica americana e cinese.

Giappone e Corea del Sud, messi insieme, raccontano la nuova strategia della premier: diversificare le alleanze in una fase geopolitica instabile, tenendo in equilibrio gli impegni con l’Europa e il legame storico con gli Stati Uniti. Un numero da funamboli, in cui la Groenlandia è solo l’ultimo banco di prova. Per ora, i soldati italiani restano lontani dai ghiacci di Nuuk. Ma se la presenza europea in Groenlandia diventerà permanente, la domanda tornerà a bussare alla porta di Palazzo Chigi. E allora, rinviare non basterà più.

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