Le cancellerie occidentali, in queste settimane, stanno lavorando senza sosta su uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava appartenere più alla fantapolitica che alla diplomazia internazionale. L’ipotesi di un futuro cambio di status della Groenlandia, una volta finita sotto l’ombrello diretto degli Stati Uniti, non è più un semplice esercizio teorico. È diventata una variabile concreta, analizzata riga per riga nei ministeri degli Esteri europei, con tanto di modelli giuridici pronti all’uso. L’idea che l’isola possa trasformarsi nel 51esimo Stato americano appare remota, quasi folkloristica.
Molto più realistico è che la Groenlandia venga incasellata in una delle tante categorie amministrative che Washington ha già sperimentato nel suo passato imperiale, tra territori incorporati, non incorporati, organizzati o meno, sul modello di Porto Rico o delle Isole Vergini americane. Tra le ipotesi più accreditate, però, prende corpo quella di un Trattato di libera associazione, il cosiddetto Cofa. Un meccanismo che gli Stati Uniti conoscono bene e che applicano già con Micronesia, Isole Marshall e Palau: Paesi formalmente indipendenti, membri delle Nazioni Unite, ma che hanno delegato a Washington sicurezza e difesa, ottenendo in cambio protezione militare e accesso privilegiato al mercato americano.

Groenlandia, ecco il vero piano di Donald Trump
È burocrazia allo stato puro, quella che gli europei maneggiano con naturalezza quasi patologica. Ed è anche il frutto di una confusione comunicativa costruita ad arte oltreoceano, utile a spingere le trattative: mentre il Wall Street Journal parlava di una possibile acquisizione dell’isola sostenuta dal Segretario di Stato Marco Rubio, il Financial Times evocava addirittura lo spettro di un’annessione ottenuta con l’uso dell’esercito.
È in questo clima che è arrivata, quasi come una risposta automatica, la nota congiunta dei leader europei. «La sicurezza dell’Artico rimane una priorità per l’Europa ed è fondamentale per la sicurezza internazionale e transatlantica», hanno scritto Macron, Merz, Meloni, Tusk, Sanchez, Starmer e Frederiksen. «Noi e molti altri alleati abbiamo aumentato la nostra presenza, le nostre attività e i nostri investimenti per mantenere l’Artico sicuro e scoraggiare gli avversari». Una dichiarazione che ribadisce un punto chiave: il Regno di Danimarca, Groenlandia compresa, fa parte della Nato, e la sicurezza artica dovrebbe essere garantita collettivamente, insieme agli alleati, Stati Uniti inclusi, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite.

Eppure, tolta la patina formale, emerge tutta l’ipocrisia europea. Perché Donald Trump non ha mai pensato davvero di aggiungere un pinguino tra le stelle della bandiera americana. Secondo Economist, la Casa Bianca starebbe lavorando proprio a un Cofa, che consentirebbe alle forze armate statunitensi di muoversi liberamente sul territorio groenlandese e garantirebbe un vantaggio strategico non secondario: un commercio di terre rare esente da dazi. Ma il cuore del problema non è soltanto economico. È militare, ed è profondamente geopolitico.
Dalla fine della Guerra fredda, la presenza americana nell’Artico si è progressivamente assottigliata. Le truppe Usa sono passate da 15mila unità a poco più di 150. Nel vuoto lasciato da Washington, qualcun altro si è mosso con decisione. «Per molto tempo, nell’Artico, gli Stati Uniti hanno lasciato un vuoto», ha spiegato Anna Wieslander, direttrice per l’Europa settentrionale dell’Atlantic Council. «Avevamo i russi lì, i cinesi là, ed erano entrambi molto coinvolti. Gli Stati Uniti invece non avevano nulla: nessuna strategia, nessuna nave rompighiaccio, poco in Alaska dal punto di vista militare». Oggi, però, Washington si sta svegliando di fronte a una nuova realtà, e lo sta facendo in fretta.
La presenza britannica, affidata alla Royal Navy, è simbolica: una sola unità. La deterrenza, almeno per ora, si gioca sotto la superficie, con i sottomarini. Stati Uniti e Gran Bretagna dispongono di sottomarini d’attacco a propulsione nucleare pienamente comparabili a quelli russi. E l’Europa continentale? Tra timori di guerra ibrida, sabotaggi ai cavi internet ed elettrici e una cronica mancanza di capacità d’intelligence, si limita a storcere il naso davanti alle mosse della Casa Bianca. Persino il ministro della Difesa danese ha dovuto ammetterlo: «Dobbiamo anche fare ciò che abbiamo promesso di fare in termini di politica di sicurezza e difesa», ha dichiarato Poulsen, aggiungendo senza mezzi termini «siamo d’accordo con gli americani». Parigi val bene una messa.

Donald Trump, del resto, aveva intuito già nel 2019 che l’Artico non era affatto un’oasi geopolitica. La Cina sogna ancora di replicare quanto fatto nel Canale di Panama e in Africa, investendo in infrastrutture commerciali dal potenziale militare. Dopo la Danimarca, Pechino è diventata il secondo partner commerciale della Groenlandia. La Russia, dal canto suo, ha gonfiato i muscoli lungo i suoi 24mila chilometri di costa artica, con obiettivi sia economici che militari. Tra radar, sistemi missilistici ed esercitazioni congiunte con la Cina, Mosca ha trasformato il Grande Nord in un teatro strategico permanente.
Il vero asso nella manica del Cremlino resta la flotta rompighiaccio. Vladimir Putin può contare su 40 unità operative, otto delle quali a propulsione nucleare, la flotta più potente al mondo. Nonostante l’impegno logorante della guerra in Ucraina, nel 2024 lo zar ha ordinato nuove navi da guerra: su cinque, tre sono progettate specificamente per missioni artiche. Un segnale inequivocabile delle priorità russe. L’Artico, un tempo considerato impraticabile, oggi si libera dai ghiacci nei mesi più caldi, apre rotte marittime più brevi, offre porti e risorse naturali strategiche.

Gli Stati Uniti, invece, dispongono di appena tre rompighiaccio, non armati, a propulsione convenzionale, appartenenti alla Guardia Costiera. Non sorprende, quindi, che Trump ne abbia ordinati quaranta. Se tutto andrà bene, Washington ne otterrà una decina, tre delle quali previste per il 2030. Un numero comunque lontanissimo da quello russo. E l’Europa? Resta la domanda sospesa, mentre il ghiaccio si ritira e la competizione globale avanza, silenziosa e inesorabile, verso il Polo Nord.


