Ci sono giorni in cui la politica sembra trattenere il fiato. Poche frasi, uno sguardo tirato, il portone più famoso del Regno Unito sullo sfondo. E la sensazione, netta, che qualcosa si sia rotto da tempo, anche se nessuno voleva dirlo ad alta voce. Poi arriva il momento in cui non si può più rimandare. È in questo clima che Keir Starmer ha scelto di parlare davanti al numero 10 di Downing Street, al termine di un fine settimana passato a riflettere nella residenza di Chequers. Un passaggio che, per molti a Westminster, sapeva già di resa dei conti dopo settimane di tensioni sempre più difficili da contenere.
Il primo ministro britannico ha annunciato le proprie dimissioni da capo del governo e da leader del Partito Laburista, a meno di due anni dalla vittoria del 2024 che aveva riportato i laburisti al potere dopo 14 anni di opposizione. Un colpo politico enorme, arrivato in una fase in cui il partito appariva diviso e logorato.
Davanti a ministri e collaboratori riuniti nel cortile della residenza del premier, Starmer ha rivendicato il lavoro fatto in questi mesi: la fine dell’austerità, l’obiettivo di un’economia “che funzioni”, la riduzione delle liste d’attesa negli ospedali, più diritti per i lavoratori, il tentativo di ricucire la reputazione internazionale del Paese. Ma è stata un’altra frase a gelare l’atmosfera. “Il partito non crede più in me e mi dimetto. Ho informato il Re”, ha dichiarato, mettendo nero su bianco quello che ormai, nelle stanze del Labour, molti sussurravano da settimane.

Le dimissioni arrivano al termine di una fase di contestazione interna che si è fatta sempre più aspra. A pesare, secondo quanto riportato dai media britannici, sarebbero state soprattutto le pesanti sconfitte incassate dai laburisti alle elezioni amministrative di maggio, diventate il detonatore di un malcontento già in crescita. In Parlamento, il clima sarebbe degenerato in una vera conta. Fonti vicine al partito parlano di oltre cento deputati pronti a chiedere apertamente un cambio di guida, mentre anche dentro l’esecutivo alcuni ministri avrebbero spinto perché Starmer fissasse una data per fare un passo indietro.
Nelle ultime settimane, si è rafforzata soprattutto una figura: Andy Burnham, ex sindaco di Manchester, indicato da molti parlamentari come il nome più credibile per la successione. Un profilo capace, almeno sulla carta, di ricompattare e riaccendere un partito che oggi sembra in cerca di una nuova direzione.

La partita, però, non è solo interna: con l’uscita di scena di Starmer si apre l’ennesima transizione politica nel Regno Unito, che negli ultimi anni ha già visto alternarsi rapidamente leadership e strategie, spesso sotto la pressione di crisi e fratture dentro i partiti.
Nelle prossime settimane il Partito Laburista dovrà stabilire modalità e tempi per scegliere il nuovo leader e, di conseguenza, il prossimo primo ministro britannico. Un percorso che si annuncia delicato, perché dovrà tenere insieme l’urgenza di dare stabilità al Paese e la necessità di evitare un’altra spaccatura. Intanto resta l’immagine di Downing Street, il volto teso di Starmer e quel passaggio che pesa più di tutti: quando un leader ammette che il suo stesso partito non crede più in lui, non è solo una sconfitta personale. È il segnale che una stagione politica si è chiusa, e che un’altra sta per iniziare.


