La riunione del G20, ospitata il 22 e il 23 novembre nella metropoli sudafricana di Johannesburg, si è aperta come uno degli appuntamenti più densi degli ultimi anni, segnando di fatto la chiusura della presidenza sudafricana iniziata il 1° dicembre 2024. Un passaggio di testimone imminente, perché già alla fine del mese sarà Washington a raccogliere l’eredità del coordinamento annuale del gruppo. In un contesto globale attraversato da tensioni e negoziati fragili, le delegazioni dei Paesi membri sono arrivate con agende cariche e aspettative divergenti.
Il G20, che riunisce le maggiori economie avanzate ed emergenti – dalla Germania all’Arabia Saudita, dall’Argentina all’Australia, passando per Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Stati Uniti, Francia, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Regno Unito, Repubblica Sudafricana, Russia, Turchia e Unione europea – ha costruito in queste due giornate un palcoscenico in cui la geopolitica ha finito per intrecciarsi con simboli, alleanze e nuovi equilibri. L’atmosfera nei corridoi del summit, pur formale, ha rivelato quanto il confronto tra potenze sia diventato più complesso in questa fase di ridefinizione degli assetti globali.

Giorgia Meloni, l’incontro al G20 che fa la storia
È stato però nel corso della seconda giornata che il vertice ha assunto una dimensione inattesa, quando l’attenzione si è improvvisamente concentrata su un incontro destinato a lasciare il segno. Tra una sessione e l’altra, la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni ha raccontato sui social di aver avuto modo di conoscere la premier giapponese Sanae Takaichi. La sua frase – “Al G20 ho incontrato per la prima volta il Primo Ministro del Giappone, Sanae Takaichi. Un piacere conoscerla e rinnovare lo spirito di amicizia che unisce Italia e Giappone”. – è rimbalzata rapidamente sulle piattaforme, diventando il simbolo di un momento politico carico di significato.

Takaichi, eletta lo scorso ottobre e prima donna a guidare il governo del Giappone, rappresentava una delle novità più rilevanti del summit. Il fatto che proprio lei e Meloni fossero le uniche due donne sedute al tavolo di Johannesburg ha conferito al loro incontro un valore quasi emblematico. Entrambe leader di governi conservatori, entrambe al centro di snodi politici complessi nei rispettivi Paesi, entrambe pronte a misurarsi con una scena internazionale che cambia a velocità impressionante.
La scena del loro abbraccio, immortalata poco prima dell’atto più incisivo del vertice, ha finito per sintetizzare lo spirito delle due giornate: un misto di pragmatismo e necessità politica. Subito dopo quel gesto di cordialità, infatti, Meloni e Takaichi hanno firmato la dichiarazione di sostegno al piano statunitense per favorire il processo di pace in Ucraina. Un documento promosso dai cosiddetti tredici Paesi “volenterosi”, gruppo in cui rientrano anche i leader dell’Unione europea, della Norvegia e del Canada. Un passaggio che non solo ha ribadito l’allineamento sullo scenario ucraino, ma ha rivelato come, al di là dei formalismi, il G20 continui a essere uno spazio in cui le iniziative politiche prendono forma attraverso alleanze bilaterali e gesti simbolici.


In un summit che avrebbe potuto limitarsi al rituale dei comunicati finali, il dialogo tra Meloni e Takaichi ha invece introdotto una dimensione più personale, mostrando come le relazioni internazionali non si costruiscano solo sulle analisi tecniche, ma anche su incontri capaci di indicare una direzione. Johannesburg ha così chiuso la presidenza sudafricana con un’immagine precisa: quella di due leader che, pur nel mosaico complesso di un mondo in trasformazione, hanno scelto di legare visibilmente le loro agende in nome di una comune visione politica e diplomatica.


