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“Gli ho dato i soldi, poi l’ho rivisto così…”. Crans-Montana: il dramma del papà di Giovanni, morto a 16 anni

  • Italia

Il dolore ha la voce rotta di chi ha atteso fino all’ultimo una speranza che non voleva morire. Giuseppe racconta le sue ultime ore accanto al figlio senza riuscire a darsi pace, ripercorrendo quei giorni di vacanza che dovevano essere leggeri e che invece si sono trasformati in un incubo. “Eravamo insieme a Crans-Montana per le vacanze. Gli ho dato i soldi per la serata dell’ultimo dell’anno e poi l’ho rivisto quando non poteva più parlarmi…”. La conferma del Dna è arrivata come un colpo definitivo, spezzando ogni possibilità di miracolo: Giovanni Tamburi, 16 anni, è morto nell’incendio divampato a Le Constellation la notte di Capodanno, insieme ad altri 39 giovanissimi.

Per giorni Giuseppe ha sperato che il nome del figlio non comparisse tra quelli delle vittime, che quell’attesa potesse ancora risolversi in un abbraccio. Invece la certezza scientifica ha messo fine a ogni illusione, trasformando l’angoscia in lutto. Giovanni era a Crans-Montana con gli amici, in quella che doveva essere una serata come tante, fatta di risate e festeggiamenti, l’ultima dell’anno, l’ultima dell’adolescenza. Nulla lasciava presagire che quella scelta avrebbe segnato per sempre la vita di chi lo amava.

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Crans-Montana, il dolore del padre di Giovanni Tamburi

Il racconto del padre, affidato al Corriere della Sera, è un ritratto pieno di luce, che rende ancora più insopportabile la perdita. “Era il mio sole, io vivevo con lui e per lui anche perché è cresciuto con me”. A Bologna erano una piccola famiglia fatta di affetto e quotidianità condivisa, insieme ai cani. “Giovanni era un sogno, una luce, amato da tutti, empatico, presente, carino, simpatico. Andava benissimo a scuola e negli sport, giocava a calcio, a golf, andava in palestra, in moto. Diciamo che era il figlio ideale per un genitore, non avrei potuto desiderare di meglio”.

La sera di Capodanno Giovanni era uscito con il suo gruppo: prima una cena, poi una festa all’aperto, infine l’ingresso nel locale per chiudere la notte. È lì che le fiamme hanno preso il sopravvento, trasformando la musica e la folla in una trappola. Giuseppe è riuscito a vedere il corpo del figlio, un momento che lo accompagnerà per sempre. “Sono andato a vedere mio figlio, non mi è sembrato molto bruciato, almeno in faccia. Penso che lui sia rimasto sotto e sia morto per le esalazioni del fumo. Forse ha cercato di scappare da dietro perché il fuoco aveva invaso il locale e tutti cercavano di salire”.

Solo nella parte finale del suo racconto emerge la domanda che ora ossessiona tanti familiari delle vittime, quella sulle responsabilità e sulla sicurezza. Giuseppe conosceva bene quel posto, lo frequentava da giovane, e proprio per questo oggi non riesce a darsi una spiegazione. “Quello che mi lascia sbalordito è la mancanza di un’uscita di sicurezza. O meglio, c’era solo una porticina chiusa. Sarebbe bastato che chi ha fatto i controlli imponesse di allagarla per farla diventare una vera porta di sicurezza con l’apposita maniglia e non sarebbe morto nessuno”. In quelle parole c’è tutta la rabbia di un padre che ha perso il suo unico figlio e che ora chiede, almeno, che da una tragedia così enorme nasca una verità capace di evitare altri nomi, altre storie, altri dolori.


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