Omicidio di Chiara Poggi, ennesimo colpo di scena. Una notizia non bella per chi nutre fiducia nelle nuove indagini, anche se ovviamente non tutto è perduto. Ma qualcosa sì. L’impronta numero 33, rilevata sul terzo gradino della scala che conduce alla taverna dove fu trovato il corpo senza vita di Chiara Poggi, rappresenta uno degli elementi più discussi nella riapertura delle indagini sul delitto di Garlasco. Secondo una consulenza tecnica disposta dalla Procura di Pavia nell’ambito della nuova inchiesta, quella traccia sarebbe compatibile in ben 15 punti con il palmo della mano di Andrea Sempio, oggi indagato per concorso in omicidio.
Una corrispondenza che, dal punto di vista degli inquirenti, sarebbe sufficiente per affermare con certezza l’appartenenza dell’impronta al giovane. Proprio su questa traccia i legali di Alberto Stasi – ex fidanzato di Chiara e condannato in via definitiva a 16 anni di carcere – avevano intenzione di presentare una nuova consulenza tecnica. L’obiettivo era verificare l’eventuale presenza di residui biologici riconducibili a Sempio, nella speranza di riaprire il caso e riscriverne l’intera ricostruzione. Ma questo scenario sembra destinato a sfumare: la prova, infatti, è scomparsa.
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Che fine ha fatto l’impronta 33
Secondo quanto rivelato da Il Messaggero, l’impronta 33, trattata all’epoca con ninidrina, una sostanza utilizzata per evidenziare tracce di sudore o sangue, era stata rimossa con l’ausilio di un bisturi sterile e accuratamente repertata. Eppure, oggi, quel frammento fondamentale non è rintracciabile né tra i materiali custoditi dalla Procura di Pavia né presso i RIS di Parma. Si ritiene, con ogni probabilità, che sia stato distrutto in seguito alla chiusura definitiva del processo contro Stasi.

La sua assenza complica, ma non ferma le indagini. Il prossimo 17 giugno è infatti previsto un incidente probatorio su reperti rimasti finora inutilizzati o rivalutabili grazie alle nuove tecnologie forensi. Nel frattempo, l’ex procuratore Mario Venditti, che in due occasioni, nel 2017 e nel 2020, chiese l’archiviazione per Andrea Sempio, è intervenuto pubblicamente per difendere la sua posizione. A suo dire, quelle richieste erano motivate dalla “attestata inservibilità e infruttuosità della prova scientifica” disponibile all’epoca, ma anche dalla “assoluta carenza di riscontri oggettivi alle enunciate e mai provate ‘anomalie'” che avevano caratterizzato le precedenti indagini, terminate con la condanna del fidanzato di Chiara.


All’epoca, infatti, non erano ancora emerse due prove che oggi stanno acquisendo un nuovo peso: la cosiddetta “Papillare 33” e il DNA ritrovato sotto le unghie della vittima, inizialmente indecifrabile, ma ora riconducibile ad Andrea Sempio grazie alle moderne tecniche genetiche. E non è tutto. Accanto alla discussa impronta 33, anche un’altra traccia, il cosiddetto “contatto papillare numero 10“, è finita sotto la lente degli investigatori. Si tratta di un’impronta individuata sul lato interno della porta d’ingresso della casa dei Poggi, probabilmente lasciata da una “mano sporca”. Ai tempi dell’omicidio non venne mai esaminata dal punto di vista biologico, nonostante i carabinieri, già cinque anni fa, avessero suggerito la possibilità che si trattasse di sangue.
Oggi, quella stessa traccia è stata sottoposta a nuova analisi nell’ambito della consulenza dattiloscopica affidata dalla Procura. Tuttavia, permane un limite tecnico: i punti di confronto rilevati sono soltanto otto, troppo pochi per arrivare a una comparazione certa, laddove ne servirebbero almeno sedici. Anche i più recenti esami non sono riusciti a superare questo ostacolo. Tuttavia, ciò non esclude la possibilità di effettuare nuove analisi biologiche, ora più avanzate.
In caso di esito positivo, una comparazione tra l’impronta 10 e i profili di Alberto Stasi potrebbe rappresentare un ulteriore elemento d’accusa nei suoi confronti. Al contrario, una sua esclusione come autore della traccia aprirebbe la strada all’ipotesi della presenza di un altro soggetto sulla scena del crimine. Un interrogativo che, a quasi vent’anni di distanza dal delitto, continua a scuotere coscienze e tribunali.
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