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“Quel dna…”. Garlasco, dopo 18 anni si parla di quel profilo genetico mai rilevato

  • Italia

Mentre la nuova indagine sul delitto di Garlasco va avanti, parallelamente emergono nuove rivelazioni e colpi di scena che continuano a scuotere l’opinione pubblica. A distanza di diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso resta aperto sotto molti punti di vista, con tasselli che tornano oggi al centro dell’attenzione.

L’ultimo arriva dalla giornalista Rita Cavallaro, che da mesi segue da vicino gli sviluppi e ha già firmato diversi scoop sulla vicenda. In un nuovo articolo pubblicato su L’identità, Cavallaro scrive: “Nel delitto di Garlasco spunta dal passato un Dna fantasma” — un profilo genetico mai comparso negli atti ufficiali, ma citato in più articoli di stampa dei primi giorni di settembre 2007.

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“Quel dna…”. Garlasco, dopo 18 anni si parla di quel profilo genetico mai rilevato

Si tratterebbe, secondo quanto riportato, di un codice genetico estratto dal sudore presente sulle impronte insanguinate lasciate dall’aggressore sul pigiama della vittima. Una notizia riportata all’epoca da testate nazionali e locali, tra cui Il Giornale, che il 4 settembre 2007 scriveva (in un pezzo senza firma, attribuibile quindi a un lancio di agenzia):
«Sul tessuto è rimasta impressa un’impronta mentre, mischiato alla sostanza ematica, c’era il sudore del killer, che è stato possibile isolare, risalendo al suo Dna».

Una circostanza passata poi sotto silenzio, ma che oggi riemerge con forza. Come osserva Cavallaro, «l’indiscrezione dell’epoca non è del tutto fuori dalla realtà, visto che la nuova inchiesta ha portato alla luce la circostanza, inquietante, che la palmare insanguinata del killer era sopravvissuta al maldestro ribaltamento del cadavere».

La giornalista si riferisce alla cosiddetta impronta “palmare 33”, oggi attribuita ad Andrea Sempio, ma che nel 2007 — riporta ancora — era considerata «la firma dell’assassino». A confermarne l’esistenza c’è una fotografia conservata nella memoria del sostituto procuratore generale di Milano Laura Barbaini, datata 28 novembre 2014, presentata ai giudici dell’Appello bis che condannarono Stasi.

Eppure, quella stessa impronta non compare nella relazione dattiloscopica del Ris. Così come non risulta mai messo agli atti il presunto Dna estratto dal sudore. Una doppia assenza che oggi solleva più di un interrogativo. «Com’è possibile, allora, che i giornalisti dell’epoca parlassero della fantomatica estrazione di Dna da quella traccia?» si chiede Cavallaro. E ancora: «Qualcuno avrebbe spifferato a un cronista la presunta scoperta dei Ris, che se fosse stata riconducibile ad Alberto Stasi avrebbe chiuso il cerchio sull’ipotesi del fidanzato assassino».

Ma quel cerchio, oggi come allora, resta aperto. E ogni nuovo dettaglio che riaffiora dal passato rischia di cambiare, ancora una volta, la lettura di uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni.


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