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“Cosa abbiamo scoperto”. Sorelline scomparse e ritrovate, la verità sulla madre e i suoi complici

  • Italia

Le indagini sulla scomparsa delle due sorelle abruzzesi continuano a far emergere dettagli che delineano un quadro sempre più complesso. Dopo il ritrovamento delle ragazze in un appartamento di Formia, gli investigatori stanno cercando di ricostruire ogni fase della fuga e di capire se, oltre alle persone già arrestate, ci siano stati altri complici che abbiano contribuito alla riuscita del piano.

Fin dai primi accertamenti, gli inquirenti hanno avuto il sospetto che l’allontanamento delle due minorenni dalla casa famiglia di Civitella Alfedena non fosse stato improvvisato. Gli elementi raccolti nelle ultime ore sembrano infatti confermare l’esistenza di una strategia studiata nei dettagli e preparata con largo anticipo.


Sorelline scomparse e ritrovate, le dieci sim e il piano preparato nei dettagli

Secondo quanto emerge dal decreto di fermo firmato dal procuratore di Sulmona, Luciano D’Angelo, uno degli aspetti più significativi riguarda l’acquisto di dieci schede telefoniche. Le sim sarebbero state acquistate il 29 maggio, appena un giorno dopo la sentenza che aveva restituito la potestà genitoriale al padre delle ragazze, Stefano Di Giacinto, revocandola invece alla madre, Valentina D’Acunto.

Le schede, ottenute illegalmente a Napoli utilizzando documenti falsi intestati a due cittadini pachistani, sarebbero poi state attivate tra il primo e il 6 giugno, proprio nei giorni precedenti alla scomparsa delle due sorelle dalla struttura dell’Aquilano. Un elemento che, per la Procura, confermerebbe la premeditazione del gesto.

Le intercettazioni disposte dai magistrati si sono rivelate decisive per arrivare alla soluzione del caso. Dalle conversazioni captate emergerebbero infatti contatti e movimenti che potrebbero coinvolgere ulteriori persone. Per questo motivo l’inchiesta resta aperta: oltre a Vincenzo Esposito, compagno della madre, e al nonno Marco D’Acunto, gli investigatori stanno verificando l’eventuale ruolo di altri soggetti.

La ricostruzione degli inquirenti indica che le due sorelle avrebbero lasciato la casa famiglia nel cuore della notte, raggiungendo una piazza del paese dove sarebbero state attese proprio dal nonno e dal compagno della madre. Da lì sarebbe iniziato il viaggio verso Formia, nell’appartamento della lontana parente Sofia, dove le ragazze sono rimaste nascoste per circa quindici giorni.

L’anziana donna, interrogata dopo il ritrovamento delle minori, ha spiegato: “Non ho fatto domande, non pensavo fosse un reato. Chiedo scusa, ma lo rifarei per il loro bene. Hanno sempre detto di voler stare con la mamma”. Gli interrogatori di garanzia dei tre arrestati potrebbero ora chiarire ulteriormente la vicenda. “Se avessi saputo che la madre stava bluffando, ne avrei dato notizia all’autorità giudiziaria, anzitutto per le bambine”, ha dichiarato l’avvocato Enrico Mastantuono, aggiungendo: “Continuerò a difendere queste persone, il dovere professionale mi impone di difenderle”.

Nelle stesse ore è arrivata anche la decisione dell’avvocato civilista Giuseppe D’Amici, che ha annunciato il proprio passo indietro: “Ero stato incaricato ad adiuvandum del collega Mastantuono nel corso del processo civile. Ho cercato di dare del mio meglio e sono stato incaricato, insieme al collega, di procedere all’impugnazione della sentenza civile del Tribunale di Cassino del 28 maggio 2026. Non ritengo, però, di poter andare oltre e preferisco rinunciare al mandato, senza esprimere opinioni. Non sono nessuno per giudicare, ma è una mia libertà e un mio senso del dovere etico”.

Intanto, nel carcere di Sulmona, Vincenzo Esposito e Marco D’Acunto hanno trascorso la loro prima giornata in isolamento e sotto stretta sorveglianza. Fonti vicine all’ambiente penitenziario li descrivono come “increduli” rispetto alle conseguenze delle loro azioni. Diversa la situazione di Valentina D’Acunto, detenuta nel carcere di Teramo e rimasta finora in silenzio. Davanti ai magistrati, però, la donna sarebbe pronta a fornire la propria versione dei fatti, quella di un gesto maturato da quello che il procuratore D’Angelo ha definito un “amore malato”, sfociato in un reato nato da un disegno “non criminoso, ma amoroso”.


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