Sono le stesse parole a descriverli entrambi, Catherine e Nathan: addolorati, distrutti. Una definizione che racconta bene lo stato d’animo dei due genitori e, insieme, la frattura improvvisa che ha travolto la loro quotidianità. La famiglia che per anni ha vissuto nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, si è ritrovata catapultata in una realtà completamente diversa, fatta di regole rigide, giudizi continui, ordinanze e limitazioni. Un cambiamento arrivato in un istante e che, a distanza di tempo, nessuno sembra ancora riuscire ad accettare o metabolizzare, né gli adulti né i bambini.
La vita di prima appare lontana, quasi irraggiungibile. I genitori hanno provato a cedere su più fronti, accettando compromessi importanti pur di dimostrare la loro disponibilità: dalla casa messa a disposizione dal ristoratore Carusi, alla scelta di avviare i cicli vaccinali, fino all’apertura all’ipotesi di un’insegnante a domicilio. Eppure, nonostante questi passi, la situazione resta immobile. Il ricongiungimento sembra ancora lontano e potrebbero volerci mesi prima che la famiglia possa tornare a vivere insieme. Un’attesa che pesa come un macigno e che, secondo la madre, sta lasciando segni profondi soprattutto sui figli.

Famiglia del bosco, la madre parla della figlia maggiore: “Cosa fa la notte”
Catherine racconta di sentirsi fraintesa, osservata attraverso una lente che non riconosce come propria. Le ricostruzioni che emergono dai provvedimenti giudiziari la dipingono come una persona “diffidente” e portatrice di pretese, tra cui quella che “vengano mantenute dai figli abitudini e orari difformi dalle regole che disciplinano la vita degli altri minori ospiti della comunità”. È una descrizione che lei respinge con forza, come riporta Il Centro. Non si riconosce in quell’immagine e insiste nel dire che il suo comportamento quotidiano è molto diverso da come viene raccontato.

Le sue giornate, spiega, scorrono in modo semplice e silenzioso. Vede i bambini solo nei momenti dei pasti, colazione, pranzo e cena. La mattina si alza presto, scende al piano di sotto dove i piccoli dormono e controlla che “stiano zitti per non svegliare gli altri”. Se dormono ancora, va in cucina e prepara per loro il porridge, lo stesso che cucinava nella vecchia casa nel bosco. Un gesto ripetuto, quasi rituale, che per lei rappresenta un modo per mantenere un filo con il passato e con una normalità che sente di aver perso.
Ma dietro questi gesti quotidiani, emerge il racconto più doloroso. Catherine sostiene che i figli non stiano affatto bene. “Non dormono bene e si svegliano da soli”. L’ansia, dice, è diventata una presenza costante, profonda, intensa. Poi la confessione più dolorosa sulla figlia maggiore, trovata con ferite su entrambe le mani perché “le morde di continuo, giorno e notte”. Segnali che per lei parlano chiaro e che attribuisce al clima in cui i bambini vivono, lontani dalla loro routine e dalla serenità che avevano prima.


Nemmeno il Natale è riuscito a portare conforto. Quel giorno, che avrebbe dovuto essere di festa e riunione, si è trasformato nell’ennesima conferma della distanza. Nathan Trevallion ha potuto restare con i figli e con Catherine solo fino alle 12.30, poi ha dovuto lasciare la struttura protetta. Un addio anticipato, carico di frustrazione e amarezza. E all’orizzonte non sembrano esserci svolte immediate: la fine dell’anno non coinciderà con un ritorno alla vita di prima per tutti e cinque.
Ora la speranza dei genitori è affidata a Tonino Cantelmi, psichiatra a cui si sono rivolti nella convinzione che una valutazione clinica possa aprire la strada al ricongiungimento. Un’ultima carta giocata con fiducia e timore insieme, mentre il tempo continua a scorrere lento. La vicenda, come riporta anche il Corriere della Sera, resta sospesa, in attesa di una decisione che possa restituire unità a una famiglia che oggi si sente spezzata e che, giorno dopo giorno, fatica sempre di più a riconoscersi nella nuova realtà che le è stata imposta.


