Ci sono storie che iniziano con un boato e continuano con un silenzio pieno di domande. E quando quel silenzio riguarda la casa di un volto noto del giornalismo, ogni dettaglio diventa un pezzo di un puzzle più grande. A mesi di distanza, l’inchiesta torna a muoversi: e questa volta lo fa con un passo che pesa.
Quell’episodio risale allo scorso ottobre, davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Un raid esplosivo che ha scosso non solo la sua vita privata, ma anche l’opinione pubblica. Da allora, investigatori e magistrati hanno lavorato per capire chi ci fosse dietro, e soprattutto perché.

La nuova mossa della Procura che cambia il quadro
Nelle ultime ore la Procura di Roma ha compiuto un passo decisivo: nel registro degli indagati è finito Valter Lavitola, ex editore e imprenditore, ritenuto dagli inquirenti un possibile mandante dell’attentato. Un nome che riaccende l’attenzione e che apre un capitolo nuovo dentro un caso già delicatissimo.
Su disposizione dei magistrati, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno eseguito una perquisizione nei suoi confronti. Durante l’attività sono stati sequestrati telefoni cellulari e computer: dispositivi che ora verranno analizzati per cercare riscontri utili a ricostruire contatti, spostamenti, eventuali collegamenti.

Il punto, adesso, è capire se quei dispositivi possano contenere elementi capaci di confermare o smentire l’ipotesi accusatoria. Perché, in casi come questo, spesso la verità si nasconde in una chat, in una chiamata, in un file dimenticato o in una traccia digitale rimasta lì. L’inchiesta è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi: inizialmente seguita dal pm Carlo Villani, è poi passata al pm della Direzione distrettuale antimafia, Edoardo De Santis. Un passaggio che racconta, da solo, quanto sia considerato sensibile il contesto in cui si muovono gli investigatori.
Le misure cautelari e l’ombra di un’azione “mafiosa”
Nei giorni scorsi l’indagine aveva già segnato una svolta con l’esecuzione di quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti gli esecutori materiali del raid. Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesanti: detenzione, porto e utilizzo di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento.
C’è anche un’aggravante che colpisce: gli inquirenti parlano di un’azione compiuta da più persone, con modalità ritenute di tipo mafioso. Ed è lo stesso impianto accusatorio che, in concorso, viene ora contestato anche a Lavitola.
Ora l’attenzione si concentra su ciò che emergerà dagli accertamenti sul materiale informatico sequestrato. È lì che gli investigatori sperano di trovare la chiave per capire se, oltre agli esecutori, esista davvero una regia e quale sia stato il ruolo di chi, secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe aver messo in moto tutto.


