Un’indagine che si complica, si allarga e soprattutto cambia completamente prospettiva. Il caso della morte di madre e figlia a Campobasso, avvenuta nei giorni successivi al Natale, entra in una fase nuova e decisiva, con un passaggio che potrebbe riscrivere l’intera vicenda giudiziaria. Quello che inizialmente sembrava un possibile errore medico si trasforma ora in un’ipotesi ben più grave, destinata a spostare l’attenzione degli inquirenti su uno scenario inquietante.
Per settimane, infatti, l’attenzione si era concentrata sui cinque medici indagati per omicidio colposo, accusati di non aver compreso tempestivamente la gravità delle condizioni delle due pazienti. Tra il 24 e il 26 dicembre, madre e figlia si erano presentate più volte al pronto soccorso con sintomi severi, ma senza che emergesse subito un quadro clinico tale da far pensare a un esito così drammatico. Dopo una prima dimissione, il ricovero era arrivato troppo tardi.
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Mamma e figlia morte avvelenate, parla l’avvocato del medico
È proprio qui che arriva la svolta. Il fascicolo è stato trasferito dalla Procura di Campobasso a quella di Larino, un passaggio tutt’altro che formale. Il motivo è chiaro: non si parla più soltanto di responsabilità medica, ma di duplice omicidio volontario. Un cambio di rotta che implica un sospetto preciso, ovvero che le due donne siano state avvelenate nella loro abitazione di Pietracatella, territorio che ricade sotto la competenza degli inquirenti di Larino.
A spiegare il senso di questa decisione è stato l’avvocato Fabio Albino, legale di uno dei medici coinvolti, che ha chiarito: “Il fascicolo del caso è passato alla Procura di Larino perché ora si indaga per duplice omicidio volontario e l’ipotesi è che madre e figlia di Campobasso siano state avvelenate nella loro casa di Pietracatella, territorio quindi di competenza degli inquirenti di Larino. Se venisse confermata l’ipotesi della ricina, quella non è rilevata dalle linee guida in essere presso i pronti soccorsi di tutta Italia. Non sarebbe stata rilevabile. Senza contare che sono stati necessari mesi per gli esperti per rilevare questa sostanza. Quindi si aspetta l’archiviazione nei confronti dei medici”.

Ed è proprio la ricina l’elemento che cambia tutto. Gli esami tossicologici, condotti anche con il supporto di laboratori internazionali tra Svizzera e Stati Uniti, hanno evidenziato la presenza di questa sostanza estremamente tossica nel sangue delle vittime. Si tratta di un veleno difficile da individuare, non previsto nei protocolli standard dei pronto soccorso, e capace di agire in modo subdolo e progressivo sull’organismo.
Nella seconda parte delle indagini, l’attenzione si concentra quindi su ciò che è accaduto durante i pasti delle festività natalizie, momenti condivisi con amici e parenti. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire ogni dettaglio: chi era presente, cosa è stato consumato e se qualcuno potesse avere accesso alla sostanza. Tra le ipotesi più delicate, anche quella che la ricina possa essere stata acquistata attraverso il dark web, elemento che aprirebbe scenari ancora più complessi.

Il cambio di accusa ha conseguenze importanti anche sul piano giudiziario. Se da un lato si rafforza la pista dell’avvelenamento volontario, dall’altro si alleggerisce la posizione dei medici, per i quali si prospetta una possibile archiviazione. La difficoltà nel rilevare la sostanza, unita ai tempi lunghi necessari per individuarla, rende infatti più debole l’ipotesi di responsabilità sanitaria.
Ora il cuore dell’inchiesta si sposta definitivamente su un possibile omicidio premeditato, con interrogativi ancora senza risposta. Chi avrebbe potuto introdurre la ricina? E soprattutto, con quale movente? Domande che restano aperte mentre gli inquirenti proseguono il loro lavoro, nel tentativo di fare luce su una vicenda che, giorno dopo giorno, assume contorni sempre più inquietanti.


