Matilde Gioli oggi sorride con una calma che non sembra “di scena”. In una recente intervista si è lasciata andare a un racconto intimo, di quelli che ti restano addosso: un dolore enorme vissuto in silenzio, proprio mentre la sua vita stava cambiando per sempre. E a colpire è soprattutto il contrasto: successo fuori, tempesta dentro.
In questi giorni l’attrice è anche madrina dell’Italian Global Series Festival, tra Rimini e Riccione. Un ruolo prestigioso, accolto con naturalezza. Ma dietro quella sicurezza c’è un percorso lungo, fatto di scelte, ferite e di una serenità “conquistata”, non regalata.

Il provino per caso e l’inizio nel momento più buio
Il cinema, per lei, non era un piano. È arrivato per caso, in una palestra: Paolo Virzì stava facendo i casting per Il capitale umano nella sala accanto, e lei era lì solo per accompagnare il fratello a una partita di basket. Un incontro fortuito che le ha cambiato la vita. Eppure, mentre tutto iniziava a muoversi, a casa c’era l’ombra più pesante: il padre Stefano era gravemente malato. Matilde Gioli ha raccontato di essersi sentita “anestetizzata” durante quelle settimane, come se il corpo andasse avanti per inerzia, aggrappato al lavoro per non crollare.
La frase che stringe lo stomaco arriva dritta: “È morto mentre giravo il film”. Un dettaglio che ribalta l’immagine patinata del debutto. Non un sogno che esplode, ma una nascita professionale intrecciata a un lutto che non aspetta, non concede pause, non rispetta i tempi di nessuno.

Il cognome “Gioli” e quel bisogno di proteggere l’amore
Proprio Virzì le suggerì anche una scelta destinata a restare: usare il cognome da nubile della madre, Gioli, al posto di Lojacono. All’inizio c’entravano le origini livornesi della madre, vicine al mondo del regista. Ma col tempo, quel cambio è diventato qualcosa di più. Per l’attrice, adottare il cognome materno è stato anche un modo per custodire gelosamente il rapporto con il padre, tenerlo lontano da riflettori e curiosità. Come se, in mezzo al rumore del successo, ci fosse ancora bisogno di un angolo protetto, intoccabile.
Non c’è stato solo il lutto. Nella sua storia c’è anche un episodio che lei stessa ha definito uno spartiacque: un brutto incidente durante un allenamento di nuoto sincronizzato. Un momento in cui, ha raccontato, ha rischiato seriamente la paralisi. E quando la paura è così concreta, anche le priorità cambiano faccia. Da lì, il valore della salute e del tempo ha preso un altro peso. Non come frase fatta, ma come pensiero quotidiano. Perché certe esperienze, quando ti sfiorano così da vicino, non restano nel passato: ti insegnano a guardarti vivere con occhi nuovi.
Matilde Gioli ha ammesso che per un periodo si è mossa come in fuga, con un’inquietudine addosso difficile da spegnere. Cercava il pericolo, lo sport estremo, la fatica fino al limite. Non per vanità, ma come se il corpo dovesse fare rumore per coprire quello che dentro faceva troppo male. Ha parlato di escursioni in alta montagna, di rientri notturni dopo dislivelli importanti, di un’adrenalina quasi necessaria. Poi, a un certo punto, qualcosa è cambiato: la frenesia si è trasformata in ricerca di equilibrio, anche grazie a un percorso di psicoanalisi che le ha dato strumenti per rileggere le ferite.
Il rifugio nella natura e i cavalli che “non perdonano le maschere”
Oggi la natura è una presenza centrale nella sua quotidianità. Vive accanto ai suoi cavalli, Nadador e Cricchetto, e racconta quel rapporto come una scuola di vita. Perché con loro non puoi recitare: con i cavalli è impossibile fingere. Ogni esitazione, ogni tensione, viene “letta” subito. E questo obbliga a essere veri, presenti, puliti nelle emozioni. È lì che lei dice di aver imparato calma, pazienza e rispetto. Gli stessi ingredienti che, oggi, porta anche sul set e nelle relazioni.
Nonostante la popolarità, Matilde Gioli si descrive come un’attrice senza grandi pretese materiali: si adatta, non si attacca ai comfort, non vive il set come un luogo dove esigere. Nel suo racconto c’è affetto per le tappe attraversate e un ricordo speciale per I moschettieri del Re di Giovanni Veronesi, set legato anche alla nascita della sua passione per il mondo equestre.
E sul cinema di oggi, pur ricordando un paio di episodi spiacevoli legati al maschilismo, sottolinea che qualcosa sta cambiando: più spazio, più complessità nei ruoli femminili, più ascolto. Come se, anche lì, fosse in corso una trasformazione che assomiglia un po’ alla sua.


