Coronavirus, ieri è stato superato il milione di contagi in Italia, una cifra enorme, che dà l’idea della gravità della situazione. E così gli studi sulle possibilità e le condizioni del contagio si moltiplicano. Ma quello che arriva da Nature, una delle più antiche e importanti riviste scientifiche, ha dell’incredibile. L’articolo riporta i risultati dello studio condotto dagli esperti della della Stanford University, in California, e della Northwestern University nell’Illinois.
Gli studiosi hanno monitorato la mobilità e diverse informazioni demografiche, epidemiologiche e reddituali di quartieri americani. E da queste hanno estrapolato delle statistiche relative al rischio di contagio. Ebbene la prima considerazione riguarda i luoghi più esposti, in cui cioè è più probabile essere contagiati dal virus. Si tratta di ristoranti, centri fitness, caffè (bar, ndr) e hotel. E fin qui nulla di strano, la sorpresa è un’altra. (Continua a leggere dopo la foto)

Come prima indicazione Jure Leskovec della Stanford University dà quella di chiudere i luoghi più a rischio: “La riapertura di luoghi come ristoranti, centri fitness, caffè e hotel comporta un rischio più elevato di trasmissione di SARS-CoV-2. La riduzione dell’occupazione in questi luoghi potrebbe contribuire a un calo significativo delle infezioni previste”. La sorpresa riguarda un altro dato, ovvero la differenza di rischio di infezione in base allo stato socioeconomico degli individui. (Continua a leggere dopo la foto)
In sostanza chi ha un reddito più basso rischia di contagiarsi più di chi ha un reddito elevato. E questo dipende dalla maggiore frequentazione, da parte delle fasce di popolazione a basso reddito, di luoghi più affollati. Oltre alle maggiori aree metropolitane, sono state profilate circa 553mila località distinte, dunque un numero molto rappresentativo della reale situazione, ovviamente negli Usa. “Secondo i nostri risultati nell’area metropolitana di Chicago il 10 percento dei punti di interesse potrebbe essere collegato all’85 percento delle nuove infezioni registrate” si legge nello studio. (Continua a leggere dopo la foto)

Non solo: “Le fasce di popolazione con redditi più bassi, inoltre, non avendo avuto modo di ridurre drasticamente la mobilità, risultano a maggior rischio di contrarre l’infezione. Anche perché tendevano a visitare luoghi più affollati”. “Questa capacità predittiva – spiega David Grusky, della Stanford’s School of Humanities and Sciences e coautore dell’articolo – è particolarmente utile, perché fornisce nuove informazioni utili sui fattori alla base dei tassi di infezione sproporzionati, che sembrano collegati alla provenienza etnica e alle condizioni reddituali delle persone”.
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