Una casa, due vite spezzate e una domanda che da mesi rimbalza tra corridoi, silenzi e sguardi abbassati. A Pietracatella la storia di una madre e una figlia trovate senza scampo continua a fare male, perché ogni dettaglio sembra aprire un nuovo dubbio. E ora, nelle indagini, si è mosso di nuovo qualcosa.
Il caso è quello di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi, morte per avvelenamento da ricina. Una vicenda che durante le festività natalizie ha scosso il paese e che ancora oggi resta piena di zone d’ombra: chi ha avuto accesso a quella sostanza? Quando è avvenuto davvero il contatto? E, soprattutto, perché?
Gli investigatori, coordinati dalla procura, stanno cercando di ricostruire passo dopo passo ciò che è accaduto e, in parallelo, di capire il contesto: i rapporti personali, le abitudini, i contatti, le eventuali tensioni. Perché in un’indagine così delicata spesso non è un solo elemento a fare la differenza, ma l’incastro di più tessere.
In queste ore l’attenzione si è concentrata di nuovo sul marito e padre delle due donne, Gianni Di Vita. L’uomo è stato ascoltato negli uffici della questura di Campobasso: un interrogatorio lungo, fitto, che secondo quanto trapela è durato circa cinque ore.

È un passaggio che pesa, anche sul piano emotivo. Gianni Di Vita, al momento, non risulta indagato. Ma la sua posizione resta al vaglio, come accade quando gli investigatori devono chiarire ogni possibile dettaglio, mettere in fila i tempi, verificare dichiarazioni e circostanze.
La direzione dell’inchiesta, infatti, continua a puntare su un’ipotesi considerata centrale: quella di un gesto premeditato. Un’idea che rende tutto più inquietante e che spinge a scandagliare con cura le relazioni familiari e personali delle vittime, i possibili contrasti, ciò che potrebbe aver lasciato tracce anche minime.
Intanto, è previsto un nuovo intervento nella casa di famiglia a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Qui gli specialisti della polizia scientifica dovranno recuperare materiali che potrebbero diventare decisivi: cellulari, computer, tablet e supporti digitali appartenuti alle vittime.

Non è solo una questione di oggetti. Dentro quei dispositivi, spiegano gli investigatori, possono esserci conversazioni, contatti, ricerche, appuntamenti, segnali che aiutino a ricostruire cosa stava accadendo attorno a Sara e Antonella nelle settimane precedenti.
Le operazioni verranno eseguite con procedure rigorose: dopo la rimozione temporanea dei sigilli, i tecnici procederanno al sequestro e poi l’abitazione verrà nuovamente sigillata. Ogni passaggio, proprio per la delicatezza del caso, sarà documentato anche con riprese video.
I dispositivi, una volta in laboratorio, saranno sottoposti a copia forense, così da poter analizzare i dati senza modificare gli originali. Solo dopo questa fase la procura potrà valutare ulteriori accertamenti e capire se, tra messaggi e file, esista la chiave per dare finalmente un nome e un movente a questo duplice omicidio.


