Il Partito Democratico attraversa una delle fasi più delicate della sua storia recente. Le tensioni interne, mai del tutto sopite dopo il congresso che ha portato Elly Schlein alla guida del partito, stanno ora emergendo con forza, aprendo crepe sempre più visibili tra l’ala riformista e la segreteria. A rendere plastica la frattura è stata la decisione di Elisabetta Gualmini, europarlamentare dem, che ha annunciato la sua uscita con una scelta definita “sofferta ma convinta”, maturata dopo mesi di distanza crescente dalla linea politica imposta dalla leader.
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L’addio di Gualmini non è soltanto un passaggio individuale ma un segnale politico pesante. L’eurodeputata approderà ad Azione, con il suo ingresso nel gruppo europeo Renew Europe, quello dei liberali. La formalizzazione è attesa lunedì a Bruxelles, mentre il debutto ufficiale nella nuova casa politica è previsto per la plenaria di metà marzo. Una mossa che cambia gli equilibri anche a Strasburgo: la delegazione Pd nel Pse perderà il primato numerico, scendendo a quota 20 eurodeputati, alla pari con quella spagnola. Gualmini diventerà così la prima italiana nel gruppo Renew, un simbolo non solo numerico ma politico di una frattura che si consuma sotto gli occhi dell’Europa.

Terremoto in arrivo nel Partito Democratico
Dietro la scelta dell’europarlamentare si intravede un malessere più ampio nell’area riformista del partito. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le critiche verso una segreteria accusata di restringere gli spazi per le posizioni moderate. Le tensioni sul ddl contro l’antisemitismo hanno rappresentato uno dei momenti più emblematici di questo scontro interno, alimentando la percezione di una linea sempre più identitaria e meno inclusiva verso sensibilità diverse. Non si tratta più di semplici sfumature programmatiche ma di una diversa visione dell’identità stessa del Pd.

Ed è proprio a questo punto che si inserisce un altro nome pesante: Graziano Delrio. L’ex ministro dei Trasporti, figura storica dell’area cattolico-democratica, nelle ultime settimane ha intensificato i contatti e le riflessioni sul proprio futuro politico. Una cena a Roma con Matteo Renzi, rapporti mai interrotti con Italia Viva e una crescente insofferenza verso un partito che, secondo alcuni, tenderebbe a delegittimare le posizioni centriste, stanno alimentando le voci su un possibile addio. Nulla è stato ufficializzato, ma il solo fatto che il tema sia sul tavolo racconta molto del clima che si respira nel Nazareno. Se anche Delrio dovesse lasciare, la ferita per il Pd sarebbe ben più profonda di quella aperta dall’uscita di un singolo eurodeputato.

Parallelamente, mentre una parte del Pd guarda verso l’esterno, si intravede un movimento speculare. Nel campo di Azione, infatti, il deputato Matteo Richetti appare sempre più in rotta con Carlo Calenda, accusato di spostare il partito troppo a destra. Sul territorio modenese Richetti ha assunto posizioni vicine al sindaco Pd Massimo Mezzetti e al presidente della provincia Fabio Braglia, soprattutto sulla vicenda degli ammanchi della Fondazione di Modena, in aperto contrasto con la linea nazionale del suo partito. Un intreccio che rende il quadro ancora più fluido e imprevedibile.
Il risultato è un sistema di vasi comunicanti tra centro e centrosinistra, in cui le identità politiche appaiono meno granitiche di un tempo. Il Pd si trova così davanti a un bivio: consolidare la propria linea, accettando il rischio di nuove defezioni, oppure tentare una ricomposizione interna che restituisca spazio alle diverse anime. La decisione di Gualmini è solo il primo tassello visibile di un mosaico in movimento. Il possibile passo di Delrio potrebbe trasformare il malessere in una vera e propria crisi politica.


