Si è spenta l’11 gennaio una figura che per oltre quattro decenni ha attraversato teatro, cinema e televisione anche internazionale. La notizia della morte dell’attore e produttore è emersa inizialmente sui social, diffusa da un fan club ufficiale, e in poche ore ha iniziato a circolare anche oltre confine. Aveva 67 anni e combatteva da tempo contro un cancro alla gola, diagnosticato tre anni fa, una battaglia affrontata lontano dai riflettori ma seguita con affetto da una comunità di spettatori rimasta sempre molto legata al suo nome.
Nato a Bristol nel 1958, Marcus Gilbert aveva costruito le basi della sua carriera sul palcoscenico, formandosi nel teatro prima di approdare progressivamente al cinema e alla televisione. Un percorso classico, fatto di ruoli di gavetta e di una crescita costante, che lo aveva portato a diventare uno dei volti riconoscibili della produzione anglosassone tra gli anni Ottanta e Novanta. In quel periodo il suo nome iniziò a comparire in produzioni di grande richiamo, segnando l’inizio della fase più popolare della sua carriera.

Addio all’attore, sconfitto dalla malattia: aveva 67 anni
Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto grazie a personaggi diventati iconici. Nel 1988 interpretò Tomask in Rambo III, entrando così in una delle saghe d’azione più celebri di sempre. Pochi anni dopo arrivarono altri ruoli che ne consolidarono la notorietà: Rupert Campbell-Black nella miniserie televisiva Riders e Lord Arthur nel film cult horror L’Armata delle Tenebre. Nel 1989 partecipò anche alle riprese di Doctor Who, dimostrando una versatilità che gli permise di spaziare tra generi molto diversi, dall’azione al fantastico, fino al dramma.

Con il passare degli anni Gilbert aveva continuato a lavorare con continuità, prendendo parte a numerosi spot televisivi e reinventandosi anche come produttore. Il suo ultimo progetto professionale è stato il podcast Unit: Brave New World, di cui è stato la voce, prima che la malattia lo costringesse ad allontanarsi progressivamente dalle scene. Un addio silenzioso, coerente con il riserbo che aveva scelto di mantenere negli ultimi anni della sua vita.
Dietro la carriera, però, la vita di Marcus Gilbert è stata segnata da eventi personali profondamente dolorosi. Rimasto orfano di padre e nonni a soli 12 anni, aveva conosciuto presto il peso delle perdite familiari. Nel 2020 aveva affrontato un altro lutto devastante, quello della moglie Homaa Khan-Gilbert, scomparsa dopo 28 anni di matrimonio a causa di un tumore al pancreas. Un colpo che aveva lasciato un segno profondo, ma che non aveva spento il suo desiderio di restare vicino agli affetti più cari.


Negli ultimi anni aveva ritrovato un forte legame personale con l’attrice Lysette Anthony, già sua compagna sul set del film Un fantasma a Monte Carlo del 1990. Il rapporto si era rafforzato anche fuori dal lavoro, in un momento complesso per entrambi. Gilbert era stato al fianco di Anthony durante la sua diagnosi di Parkinson e l’aveva sostenuta anche quando lei aveva recentemente testimoniato nel processo contro Harvey Weinstein, raccontando gli abusi subiti. Marcus Gilbert lascia due figli, Max ed Aaliya, ai quali era profondamente legato e che restano oggi il centro del ricordo più intimo di una vita segnata da successo, dolore e resilienza.


