Israele ha ufficialmente dichiarato di aver accettato l’ultima proposta avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per un cessate il fuoco a Gaza. L’annuncio è arrivato dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, che in una conferenza stampa tenutasi in Croazia ha confermato: “Israele desidera porre fine alla guerra a Gaza sulla base della proposta del presidente Trump e in conformità ai principi stabiliti dal gabinetto di sicurezza, ma non può scendere a compromessi sulla sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini”.
Il ministro ha ribadito come l’accettazione della proposta sia legata a condizioni imprescindibili. “Il presidente Trump lo ha detto chiaramente due giorni fa: Israele ha detto sì alla sua proposta. Siamo pronti ad accettare un accordo completo che ponga fine alla guerra sulla base della decisione del gabinetto. Abbiamo solo due semplici richieste: la restituzione dei nostri ostaggi e che Hamas deponga le armi”. Due punti che, per lo Stato ebraico, rappresentano il cuore stesso dell’intesa.

La proposta americana, definita “globale”, è stata presentata domenica 7 settembre. Prevede il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani entro 48 ore dall’accordo, in cambio della garanzia statunitense che Israele non riprenderà successivamente l’offensiva. Il piano, tuttavia, contiene anche elementi estremamente delicati: la liberazione di migliaia di prigionieri palestinesi, tra cui oltre 200 detenuti condannati all’ergastolo. Un punto destinato ad accendere forti contrasti nella politica interna israeliana.

Infatti, se da un lato Netanyahu deve ancora convocare il gabinetto di sicurezza per discutere formalmente l’iniziativa, dall’altro non mancano segnali di forte contrarietà. Come ricorda il Times of Israel, i due ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich hanno più volte minacciato di far cadere il governo nel caso in cui venisse approvato uno scambio che includesse il ritiro delle truppe da Gaza. La prospettiva di dover accettare condizioni che possano sembrare una concessione ad Hamas rischia quindi di aprire una crisi politica senza precedenti.
Channel 12 news ha inoltre precisato che la proposta prevede un ritiro graduale delle truppe israeliane da Gaza, soprattutto nelle prime fasi della tregua. Nei 60 giorni successivi i negoziatori dovrebbero trovare un accordo definitivo su tre questioni centrali: il disarmo di Hamas, le modalità concrete del ritiro israeliano e la definizione di un governo alternativo per la Striscia. Obiettivi ambiziosi, ma che restano fortemente incerti sul piano della praticabilità.
Dal canto suo Hamas ha lasciato trapelare cautela, parlando di una proposta “piena di insidie e mine che devono essere disinnescate”. Fonti citate dal quotidiano panarabo Al-Sharq Al-Awsat sottolineano che “il movimento resta aperto a valutare le proposte ricevute, evitando posizioni rigide che potrebbero complicare ulteriormente il quadro negoziale”. Ma la richiesta di consegnare tutti gli ostaggi nel primo giorno del cessate il fuoco viene considerata da Hamas “difficilmente realizzabile”.


Intanto, mentre si discute di negoziati e tregua, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di Gaza City, dove secondo l’Idf vivono ancora circa 900mila persone. Nei giorni scorsi circa centomila civili hanno già lasciato la città, ma molti resistono, rifiutandosi di abbandonare le proprie case. L’ordine è stato diffuso con volantini e messaggi sui cellulari, e secondo i militari in città Hamas terrebbe ancora prigionieri tra gli otto e i dieci ostaggi israeliani.
Un quadro, dunque, in cui alle aperture diplomatiche si affianca la drammatica realtà di una guerra che continua a condizionare la vita di milioni di persone, sospese tra la speranza di un accordo e il timore che le divisioni politiche e le richieste inconciliabili possano far naufragare, ancora una volta, la strada della tregua.


