La rivalità tra Carlos Alcaraz e Jannik Sinner continua a essere il filo rosso del tennis mondiale, una sfida che va oltre il ranking e che si alimenta di risultati, parole e percezioni. Due modi diversi di stare nel circuito, due personalità quasi opposte, unite però da un talento straordinario che li ha resi protagonisti assoluti della nuova era post Big 3. A Melbourne, però, qualcosa sembra essersi incrinato e il campo, ancora una volta, ha dettato la sua sentenza.
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A prendersi la scena è stato Carlos Alcaraz, capace di conquistare gli Australian Open, lo Slam che mancava alla sua collezione. Una vittoria pesante, non solo per il prestigio del trofeo, ma per il messaggio che porta con sé. “Parla il campo”. Poche parole, ma sufficienti a suonare come una rivendicazione su chi sia il campione tra i due e, allo stesso tempo, come una frecciata indirizzata a chi negli ultimi mesi aveva messo in dubbio il suo approccio al lavoro, spesso messo a confronto con quello, ritenuto impeccabile, del rivale altoatesino.

Carlos Alcaraz, frecciata anche all’ex coach.
Il riferimento, neanche troppo velato, è proprio a Jannik Sinner, uscito di scena in semifinale, sconfitto a sorpresa da Djokovic e indicato come il grande deluso del torneo australiano. In questo contesto, le parole di Alcaraz assumono un peso specifico maggiore, perché arrivano nel momento in cui il confronto diretto sembra essersi spostato dal piano delle promesse a quello dei risultati concreti.

“Non credo di dover dimostrare nulla a nessuno – rivendica Alcaraz in una intervista al quotidiano As -, nemmeno quando faccio cose con cui la gente potrebbe non essere d’accordo”. Una dichiarazione che va letta anche alla luce delle critiche emerse dopo l’uscita del documentario Netflix a lui dedicato, A modo mio, dove il suo stile di vita è finito sotto la lente d’ingrandimento.

“Con il documentario si è parlato molto del fatto che non sono professionale, che mi piace divertirmi, fare festa e così via. Ma una cosa non nega l’altra – ha spiegato il fenomeno di Murcia – ma è chiaro che per essere il numero uno al mondo, vincere sette tornei del Grande Slam, arrivare dove sono, ci vogliono lavoro, disciplina, essere lì giorno dopo giorno”.
E ancora: “Penso che sia questo che la gente dovrebbe capire: lavoro duramente ogni giorno per essere qui. Cerco di non pensare a quello che pensano gli altri. Gioco per me stesso, per la mia famiglia, per la mia squadra. Ciò che mi appassiona è stare su un campo da tennis, intrattenere gli altri e divertirmi”.
La serie ha mostrato anche il lato più leggero di Carlitos, tra feste e notti in discoteca a Ibiza, alimentando il dibattito sul suo metodo. Non a caso, il suo ex allenatore Juan Carlos Ferrero era stato piuttosto critico: “La concezione del lavoro e del sacrificio di Carlos è diversa da quella dei big 3. È così differente che mi fa dubitare che possa diventare il migliore giocatore della storia”. Parole che oggi, dopo il trionfo a Melbourne, sembrano rimbalzare contro un muro fatto di risultati.
Alcaraz, però, guarda avanti e non si ferma alle polemiche. (“Gli Slam sono sempre lì. Poi ci sono le Atp Finals e la Coppa Davis, che sono tra i più importanti”), dice, ribadendo di essere “determinato a non lasciare niente a nessuno”. Un passaggio chiave è dedicato anche al nuovo corso tecnico, con l’arrivo di Samuel Lopez al posto di Ferrero.
“Sono incredibilmente felice per come sono migliorato nel corso delle settimane, soprattutto rispetto alla scorsa stagione. Credo di aver fatto un salto di qualità e di forza mentale, da qui in poi continuerò ad andare avanti. E’ bello riconoscere l’importanza dell’allenatore, le vittorie non sono solo frutto del lavoro del giocatore. Sono stato davvero felice perché so che Samuel ha lavorato tutta la vita per un momento così. Per me è uno dei migliori allenatori del mondo, se non il migliore”.
In questo intreccio di vittorie, dichiarazioni e rivalità, il messaggio finale sembra chiaro. Il campo parla, e in questo momento parla la lingua di Alcaraz. Ma la storia tra Alcaraz e Sinner è tutt’altro che finita: ogni successo dell’uno diventa una provocazione per l’altro, ogni sconfitta un carburante in più. E se oggi a sorridere è lo spagnolo, domani potrebbe essere l’azzurro a rispondere, come sempre, con la racchetta in mano.


