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“Il cancro ha vinto”. Piange il calcio italiano, il campione se n’è andato per sempre

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Ci sono calciatori che lasciano in eredità numeri, trofei e statistiche. E poi ci sono uomini che riescono a entrare nel cuore di intere città, diventando simboli di valori che vanno oltre il campo da gioco. La scomparsa di una delle figure più amate del calcio italiano ha scosso tifosi, ex compagni e appassionati di ogni generazione. Aveva 58 anni e da mesi stava combattendo una battaglia durissima contro una malattia scoperta quando ormai il tempo non giocava più dalla sua parte.

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La sua lotta era diventata pubblica grazie ai messaggi condivisi sui social. Prima l’annuncio che aveva commosso il mondo del calcio: “Un mese fa mi è stato trovato uno sgraditissimo ospite”. Poi, qualche settimana dopo, l’aggiornamento che lasciava intuire un quadro clinico sempre più complesso: “Dopo l’intervento per la stomia e otto sedute di chemioterapia l’ospite ha deciso di far visita alle mie vertebre. Si parte con la radioterapia”. Parole pronunciate con coraggio e sincerità, le stesse qualità che avevano caratterizzato tutta la sua esistenza.


Una carriera costruita con sacrificio e talento

Prima ancora di diventare un simbolo per diverse tifoserie, era stato un bambino innamorato del pallone. Nato a Rimini nel settembre del 1967, ricevette il suo primo pallone dal padre quando aveva appena un anno. Cresciuto con il mito di Gianni Rivera, sognava inizialmente una carriera da medico, ma ben presto il calcio prese il sopravvento. In un tema scolastico scrisse: “Scrissi che volevo giocare la finale di Coppa dei Campioni e segnare un gol al 90°”. Un desiderio che raccontava già la sua determinazione.

Gli anni della formazione furono segnati dall’incontro con uno degli allenatori più influenti della storia del calcio italiano. Arrigo Sacchi lo volle stabilmente in prima squadra al Rimini e tra i due nacque un rapporto particolare. L’ex attaccante ricordò più volte quell’esperienza raccontando: “Sacchi è un fine psicologo – ricordò Igor una volta -. Per capire meglio la personalità di ciascuno di noi, ci portò a turno nel paese dove è nato. Io ci andai un giovedì. Mi fece vedere le sue terre, conoscere i suoi tantissimi amici. Mi spiegò, parlando del più e del meno, qual era il segreto del gioco a zona”.

Dopo le esperienze tra Rimini, Livorno e Virescit Bergamo, fu il Messina a offrire ad Igor Protti la grande occasione in Serie B. Chiamato a raccogliere l’eredità di Totò Schillaci, riuscì a imporsi grazie ai gol e a una professionalità fuori dal comune. Quando arrivarono le prime offerte dalla Serie A, preferì rispettare gli accordi esistenti, spiegando semplicemente: “Ho un contratto, è giusto che lo rispetti. I contratti sono fatti per questo”.

La consacrazione arrivò con la maglia del Bari, dove visse una stagione destinata a entrare nella storia. Durante il ritiro estivo, nonostante fosse l’unico senza contratto, ricevette una profezia destinata ad avverarsi. L’allenatore Nicola lo rassicurò dicendogli: “sarai riconfermato e capocannoniere”. Sembrava impossibile, eppure Protti trasformò quella previsione in realtà. Gol dopo gol, trascinò i pugliesi pur senza riuscire a evitare la retrocessione. Chiuse il campionato con 24 reti, condividendo il titolo di capocannoniere con Beppe Signori e diventando l’unico giocatore capace di conquistare la classifica marcatori della Serie A con una squadra retrocessa.

Da lì arrivarono le esperienze con Lazio, Napoli, Reggiana e soprattutto il ritorno a Livorno, la città che lo adottò come uno dei suoi figli più amati. Con la maglia amaranto scrisse pagine indimenticabili, conquistando promozioni, record e l’affetto incondizionato dei tifosi. Insieme a Cristiano Lucarelli formò una coppia offensiva entrata nella leggenda del club. La loro intesa portò il Livorno fino alla Serie A, trasformando ogni partita in una festa per il popolo amaranto. Non a caso i tifosi lo ribattezzarono “Lo Zar”, un soprannome che sintetizzava il rispetto e l’amore che lo circondavano.

L’affetto nei suoi confronti non si limitava però alle città in cui aveva giocato. Quando la malattia si era aggravata, messaggi e manifestazioni di sostegno erano arrivati da tutta Italia. A Livorno gli ultras si presentarono sotto l’ospedale con lo striscione “Nel bene. Nel male. Nella lotta. Forza Igor”. Cartelli e messaggi comparvero anche a Bari, Rimini, Messina e in tante altre località. Un’ondata di affetto che racconta meglio di qualsiasi statistica il segno lasciato da Protti nelle persone.

Dietro il campione c’era però soprattutto un uomo profondamente legato alla famiglia. Tra i suoi dolori più grandi c’era la perdita del padre, scomparso prima di poter assistere ai suoi successi in Serie A. Lo aveva raccontato più volte con emozione: “Il rimpianto più grande è stato essere arrivato in A dopo la morte di mio padre, che ha sempre creduto in me. Quando avevo 11 anni, volevo il pallone di Argentina ’78 e il mio babbo per farmelo avere mi ha portato in cantiere. Mi ha fatto vedere come si lavorava lì e cosa significava guadagnare qualcosa. Dopo una settimana di lavoro ho ringraziato e gli ho detto che non lo volevo più. Ho capito quanta fatica ci poteva essere dietro quel Tango”. E ancora, ricordando gli ultimi giorni del genitore: “Stava per nascere mio figlio e mio padre mi disse, ‘mi basta poterlo vedere una volta’. Non ci è riuscito, è morto 20 giorni prima. So che Dio non può badare a tutti, ma perché non ha lasciato vivere mio padre 20 giorni in più?”. Oggi quel racconto assume un significato ancora più profondo, mentre il calcio italiano saluta non solo un grande attaccante, ma soprattutto un uomo che ha saputo lasciare un’impronta indelebile nei cuori di chi lo ha conosciuto.


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