Il consenso non è eterno, nemmeno per chi ha costruito la propria forza politica sull’idea di un rapporto diretto e quasi viscerale con il popolo. Donald Trump lo sta scoprendo nel modo più difficile: quando l’economia rallenta e il costo della vita diventa il metro con cui si giudica tutto, dalle promesse elettorali alle scelte di governo, la pazienza degli elettori finisce in fretta.
Il primo anno del suo secondo mandato viene raccontato dai sondaggi come un accumulo di frustrazione diffusa. La maggioranza degli americani non ha la sensazione che la Casa Bianca stia affrontando i problemi concreti: i prezzi al supermercato, le bollette, la benzina, la sanità. Nel frattempo, lo scontro sull’immigrazione e le immagini delle operazioni dell’Ice hanno aperto una crepa anche tra elettori che nel 2024 avevano sostenuto Trump con convinzione. E l’ossessione mediatica per la Groenlandia, rilanciata come mossa strategica, appare a molti come un capriccio lontano anni luce dal portafoglio delle famiglie.

I numeri sono impietosi. L’indice di approvazione scende sotto il 40%, la disapprovazione supera il 55% e cresce la quota di americani che definisce l’azione presidenziale un vero e proprio “disastro”. La narrazione della “Golden Age” americana, martellata nei comizi e nei media più vicini alla Casa Bianca, non coincide più con la vita quotidiana di chi paga mutui, affitti, visite mediche e assicurazioni.
Non si tratta di un inciampo passeggero, ma di un problema strutturale. Più della metà degli americani ritiene che le politiche di Trump abbiano peggiorato la situazione economica. Oltre il 60% boccia la guerra dei dazi, vista come un freno alla produzione interna e un moltiplicatore dei prezzi. Sul fronte sanitario, il 63% disapprova la cancellazione dei sussidi federali che garantivano copertura a quasi 20 milioni di cittadini a basso reddito.
Nemmeno l’immigrazione, per anni cavallo di battaglia del trumpismo, regge più come leva di consenso: il giudizio negativo arriva al 58%, anche a causa dei video che mostrano agenti Ice e Border Patrol coinvolti in azioni violente, finite sotto gli occhi di tutti. La politica estera non va meglio: sei americani su dieci la bocciano, mentre l’idea di “prendere” la Groenlandia non convince il 75% del Paese.
Il dato più preoccupante per la Casa Bianca è uno solo: non c’è un settore in cui Trump raccolga una maggioranza di consensi. E quando il malessere tocca pancia e portafoglio, non basta più agitare bandiere identitarie o culturali.
Lo scenario politico che si apre è delicato. I sondaggi Cnn/Ssrs indicano il 58% degli americani convinti che il primo anno di mandato sia stato un fallimento. Le rilevazioni di Nate Silver mostrano un crollo dell’approvazione dal 51,6% al 41,9 in meno di dodici mesi, con una disapprovazione salita dal 40% al 55%. Per i democratici, i midterm non sembrano più una montagna impossibile: l’elettore medio giudica sulla base della concretezza economica, non sull’efficacia degli slogan.
Per Trump resta la strategia che conosce meglio: il tour permanente. Comizi continui, saturazione mediatica, promessa reiterata della “Golden Age” e tentativo di riattivare l’emotività di un elettorato che però sente una distanza crescente tra propaganda e realtà. È una scommessa ad alto rischio. Se la narrazione non si innesta sulle condizioni materiali, l’effetto boomerang è quasi inevitabile.
L’America che guarda al 2026 non chiede nuove frontiere o conquiste simboliche, ma protezione, stabilità e costi sostenibili. Il paradosso del trumpismo è tutto qui: è nato per rappresentare un Paese ferito, e oggi


